comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La capacità di dissenso di una leadership istituzionale

Un partito istituzionale che attraverso il suo leader mette in discussione la conduzione dell’istituzione sovranazionale europea ma non l’istituzione in sé. Un leader di lotta e di governo. Un leader che è leader perché indica alla nazione di averne compreso il disagio, di saperne riconoscere i problemi, e di avvertire l’urgenza di una soluzione. Un leader che ha costruito la propria campagna elettorale sul dissenso istituzionale, moderato e riformista: ovvero la capacità di criticare la conduzione delle istituzioni (inclusa la moneta comune) senza minacciare alle radici le istituzioni stesse. Anzi, indicando la strada su cui rimettere le istituzioni perché siano il luogo in cui progettare e costruire uno spazio economico e civile comune nell’interesse dei popoli europei.

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Ma è giusto anche sottolineare che la ricchezza, poco sfruttata, che si desume dalle ricerche demoscopiche non si limita alla sola previsione del comportamento di voto. Questo è invece quello che chiedono i giornali, i media più in generale, i politici stessi. Se non esce un numero, un vaticinio, sono tutti scontenti. Salvo poi prendersela quando la profezia non si avvera. È la sondaggite, bellezza, una malattia da cui non si guarisce…

Paolo Natale, su Europa

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Claudio Cerasa e il leader carismatico nel PD ai tempi di Matteo Renzi

Bravo come sempre Claudio Cerasa sul Foglio di ieri: il problema nel rapporto tra Matteo Renzi e la base del Partito democratico non è se le sue proposte siano di destra o sinistra, ma nella natura stessa del rapporto, cioè la concezione del ruolo del leader, il senso della leadership, la relazione tra leader e militanti.

Lo stile di leadership di Matteo Renzi è analogo a quello di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Aggiungerei “di Benito Mussolini” se non temessi che verrebbe considerato offensivo. Ma non c’è nessuna volontà d’offesa. Piuttosto il riconoscimento che si tratta di leader capaci di fare leva sulla “emotività delle masse” (niente di nuovo, cito Max Weber, roba vecchia di un secolo). E quindi orientati a disintermediare qualsiasi soggetto collettivo (incluso il loro partito) per affascinare direttamente l’elettorato, il popolo, la “gente”.

Roberto Michels, teorico della legge ferrea dell’oligarchia dei partiti, socialista, democratico, ebbe a sostenere che la vera democrazia non coincide con il suffragio universale quanto piuttosto con la presenza di un leader (“dittatore democratico”) capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica e di fornire l’interpretazione autentica dell’opinione popolare, dei bisogni e delle attese delle masse (dalle lezioni al corso di Scienze Politiche dell’Università di Roma tenute nel 1926). E su questa base ebbe una infatuazione politica per Mussolini.

Ecco, Matteo Renzi sarebbe un leader di questo tipo, capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica. In altre parole avrebbe quella capacità di “parlare alla pancia della gente” che i leader di sinistra hanno perso da anni, come dimostra la composizione dell’elettorato delle diverse formazioni politiche (con i ceti più deboli che si sono spostati verso la Lega e Berlusconi). Peccato che gli elettori di sinistra abbiano qualche sospetto sull’ipotesi che una singola persona si possa fare garante della “autenticità” dell’interpretazione della volontà popolare.

Ha quindi ragione Lapo Pistelli, citato da Cerasa: per la prima volta la sinistra sta facendo i conti con il complesso del tiranno. Ma non è un conto che si fa su due piedi, perché non è scontato che la soluzione al disastro della democrazia rappresentativa di questi anni sia il dittatore democratico, o illuminato. Ben venga il capo carismatico Renzi, c’è bisogno di entusiasmo e della sua capacità di allargare il fronte del consenso. Ma per governare c’è anche bisogno di un partito. Democratico. È faticoso, certo. Ma la democrazia non si esaurisce con il voto. È una conquista che va rinnovata ogni giorno.

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Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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@fabriziobarca al GR1

Fabrizio Barca ha commentato al GR1 delle 13:00 l’iniziativa politica lanciata con la sua memoria politica “Un partito nuovo per un buon governo“.

GR1 da 4:45 a 6:15

L’Italia ha bisogno di un buon governo ma lo cerca da una ventina di anni. Quel documento sostiene che per avere un governo buono bisogna modificare radicalmente la macchina dello stato. Questa riforma è dolorosa e difficile. Richiede contemporaneamente una forte riforma di tutti i partiti, e in particolare – questo è quello che a me interessa – del partito di sinistra, che divenga un luogo, la palestra dove le idee sul che fare vengono discusse fra i cittadini.

L’obiettivo è rinnovare il PD trasformandolo in una palestra dove non ci si riunisce e non si discute soltanto una volta ogni 5 anni quando si scelgono le persone ma si discute nei circoli, nei territorio dei problemi delle persone. Questo è di sinistra.

Il personalismo che caratterizza questa fase della vita italiana non aiuta. Mi auguro – questo è il mio auspicio – che attorno a questo documento, alle critiche che arriveranno, alle scoperte che si faranno, si possa aggregare una squadra di persone che dicono “sì, lavoriamo in questa direzione”.

 

 

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La sconfitta

Ha ragione Umberto Ambrosoli: inutile spaccare il pelo in quattro, abbiamo perso. Ma le ragioni della sconfitta vanno individuate. Le ragioni politiche vengono da molto lontano, e parlarne significa esprimere opinioni senza il supporto di evidenze sufficienti. Le ragioni tecniche possono essere invece identificate più facilmente.

La prima ragione è il tempo: 3-4 settimane per proporre la candidatura alle primarie; altre 8 settimane per arrivare alle elezioni. Troppo poco. Giuliano Pisapia cominciò a lavorare per le comunali di Milano, che si tennero a inizio maggio 2011, dal luglio del 2010: quasi un anno per battere – quartiere per quartiere – una città.

La seconda ragione è legata alle risorse economiche: insufficienti. Con poco tempo a disposizione, un budget robusto avrebbe potuto aiutare a recuperare il divario di notorietà. Le affissioni negli spazi commerciali finché la legge lo consente e poi le plance elettorali avrebbero fatto conoscere il volto e il nome del candidato a quegli elettori meno attenti all’informazione, a quelli che non leggono i giornali e guardano poco o con minore attenzione i telegiornali e le trasmissioni televisive di informazione politica.

La terza ragione riguarda i contenuti e gli stili della comunicazione. Ambrosoli ha potuto, con il supporto di decine di esperti e accademici, sviluppare un progetto di governo – non un programma elettorale, proprio un piano di impegni per governare la Regione – che aveva due focus: il lavoro e la riduzione dei costi della politica. In termini più precisi: l’impegno a sostenere attivamente le imprese e lo sviluppo economico in modo da creare 300mila posti di lavoro (facendo così salire l’occupazione dal 65 al 70%, con un forte incremente dell’occupazione femminile), e l’abbattimento dei compensi a consiglieri assessori e presidente della Giunta (un orientamento accompagnato da un più ampio impegno a garantire comportamenti irreprensibili). Una buona sintesi, una sintesi realistica, concreta. Certo con quel requisito di “realizzabilità” che caratterizza gli impegni che i leader intellettualmente onesti accettano di dichiarare come “concessione” alla esigenza di sintesi che la comunicazione di massa impone.

Dall’altra parte, il “combinato disposto” della promessa di Maroni di trattenere in Lombardia il 75% delle tasse e quella di Berlusconi di restituire l’IMU hanno fatto presa. Non sappiamo se siano credibili (Maroni probabilmente tra qualche mese spiegherà che “è colpa di Roma” se non può ottenere quello che ha promesso in campagna elettorale, mentre Berlusconi non avrà la responsabilità del Governo e quindi non dovrà giustificare la mancata restituzione dell’IMU) ma sicuramente sono efficaci. Come tutte le favole. E hanno premiato Maroni nelle aree più periferiche della Regione, dove è maturata la sua vittoria.

Infatti il dato che emerge con maggiore forza da una prima occhiata all’andamento del voto è la divaricazione tra grandi centri urbani e aree rurali e montane: Ambrosoli ha prevalso in 11 capoluoghi di provincia su 12, insomma tutti tranne Varese, la città del leader leghista. Con uno scarto che va dal punto di Como ai 14 di Milano fino ai 20 di Mantova. Eppure non è bastato.

Attenzione, però: non si tratta di distinguere tra cultura “alta” e cultura “bassa”. Non basta evocare la differenza nei tassi di lettura dei giornali tra centri urbani e provincia. Si tratta di distinguere tra modelli cognitivi, tra modi di organizzare la propria percezione della realtà. Modi diversi che definiscono diversamente il perimetro della realtà stessa. Tra i ceti urbani è più elevata la disponibilità a considerare rilevanti questioni dalle quali non si è toccati direttamente e concretamente. Se a Milano ci si chiede come sia possibile che dopo gli scandali nella sanità e la penetrazione della ‘ndrangheta sia stata premiata un’offerta politica di continuità con l’amministrazione uscente di Formigoni, a Moniga del Garda si limitano a constatare che quando chiamano il CUP per prenotare una visita specialistica in ospedale l’appuntamento viene fissato in modo efficiente e in tempi ragionevoli. E quando sentono parlare di ‘ndrangheta pensano alla Calabria e a uomini tozzi con la coppola in testa che in piazza San Martino non hanno mai visto.

In altre parole non si sentono toccati e investiti dall’allarme sulle questioni etiche, che sembrano poter avere un impatto sulla propria realtà e sulla propria esperienza quotidiana solo marginale e comunque indiretto. Mentre la restituzione dell’IMU, una riduzione delle imposte, la cancellazione del bollo auto hanno un impatto diretto sul proprio portafoglio.

Insomma a fare la differenza, in Lombardia, potrebbe essere stato quel voto d’opinione che potremmo definire “pragmatico”, “di interesse” o “utilitaristico”. Insieme alla stima per la figura personale di Roberto Maroni e ad una parte di voto irriducibilmente identitario (leghista e berlusconiano), avrebbe contribuito a superare il voto per Ambrosoli. Che a sua volta ha goduto, oltre al voto identitario della base PD, di un voto d’opinione che potremmo chiamare “valoriale” o “consapevole” (degli effetti indiretti delle storture collusive delle precedenti amministrazioni).

forteperchelibero

La conclusione non assolve nessuno, ma punta il dito su un dato dal quale non si può prescindere: chiunque si occupi di comunicazione di massa sa che il successo di una proposta è saldamente legato alla notorietà. E’ la notorietà il requisito fondamentale per conquistare il consenso. Quando Umberto Ambrosoli ha cominciato questa avventura politica aveva una notorietà pari a un terzo di quella di Maroni. Ha recuperato tantissimo. Ma non ha avuto tempo sufficiente per il sorpasso. E’ una lezione per un’intera classe dirigente: il consenso non si costruisce in 8 settimane. E’ bene che si cominci domattina a lavorare per il prossimo giro.

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Prendiamo i dati del voto alla Camera in Lombardia, quando mancano soltanto 117 sezioni: la differenza tra la coalizione di centrodestra e quella di centrosinistra è di 432mila voti. Il M5S e la coalizione Monti hanno preso 1 milione 800mila voti.

Mettiamola così: se un elettore su quattro avesse optato per il voto disgiunto Ambrosoli colmerebbe la distanza registrata sul piano del voto parlamentare.

Domani scopriremo l’impatto sull’elettorato degli appelli al voto disgiunto, degli endorsement per Ambrosoli venuti da esponenti e candidati del movimento di Monti e da personaggi pubblici come Fo e Celentano che hanno sostenuto il voto disgiunto rispettivamente a Scelta Civica e al M5S per il consiglio regionale e per Ambrosoli alla presidenza della Regione.

 

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#Lombardia: le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni

Riflettendo sugli scenari politici in Lombardia un anno fa (prima della passate amministrative e dello scandalo sul Trota e the family che ha interessato la Lega, per intenderci) pensavo che una candidatura di Roberto Maroni sarebbe stata molto probabilmente vincente.
La scelta del Centrosinistra di fare lo sherpa, il portatore d’acqua per un candidato esterno al partito (anzi, estraneo alla politica istituzionale come Ambrosoli) e capace di portare con sé il consenso di elettori esterni al perimetro elettorale tradizionale del centrosinistra è stata una scelta giusta e coraggiosa. È una strada che avevo indicato sul quotidiano Europa nell’estate del 2011, dopo la vittoria di Pisapia a Milano.
Il crollo dei consensi per l’accoppiata PDL-Lega – da attribuire sia all’inaffidabilità etica mostrata da questi partiti sia all’incapacità di mantenere le promesse – non basterebbe infatti a PD e SEL per vincere le elezioni. Il bacino elettorale di queste formazioni non supera il 30-34%.
Umberto Ambrosoli può intercettare il voto di elettori in uscita da UDC, FLI, PDL e Lega. Voti diretti verso l’astensionismo o la protesta, destinati ad arricchire il bottino elettorale di Grillo (mentre Ingroia pesca nel bacino elettorale a sinistra di SEL, nel qualunquismo e nel populismo che prescindono dalle categorie di destra e sinistra), in qualche caso la chiarezza liberale di Giannino (in disgrazia dopo le sciocchezze sul master a Chicago: la vanità fa brutti scherzi).
Personalmente stimo il “valore aggiunto” di Ambrosoli rispetto al quadro nazionale PD-SEL-PSI tra i 4 e gli 8 punti percentuali. E’ una stima che va fatta tenendo conto che la coalizione che sostiene Bersani alle politiche è diversa da quella che sostiene Ambrosoli alle elezioni amministrative lombarde: il Patto civico di centrosinistra include la lista civica Etico che raccoglie l’offerta a sinistra di SEL ma probabilmente anche simpatie tra i partiti di Vendola e di Bersani; l’IDV che alle politiche è confluita in RIvoluzione civile; il Centro Popolare Lombardo, composto da ex UDC che hanno deciso di non seguire l’indicazione ufficiale del partito di sostenere Albertini; e la lista civica Con Ambrosoli presidente. Un quadro reso possibile solo dall’alterità di Ambrosoli rispetto agli esponenti politici “di professione” e quindi intrinseci ai partiti presenti sulla scena.
Le due civiche “centriste” della coalizione potranno prendere tra 6 e 10 punti, certamente valore aggiunto del candidato presidente. Etico sottrarrà qualcosa a SEL e PD (quest’ultimo potrebbe perdere qualche cosa anche a vantaggio delle civiche). Il bilancio complessivo dovrebbe registrare appunto 4-8 punti in più rispetto al risultato di PD-SEL-IDV.
Insomma, il bello della sociologia politica è che gli scenari cambiano. E che le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni.

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@laurapuppato: donna di servizio. Pubblico.

Bellissimo l’endorsement di Marco Paolini per la candidata alle primarie del centrosinistra Laura Puppato.

Scrive il veneto Paolini:

Una volta il Veneto, di regola, generava soprattutto emigranti e donne di servizio per la gente di città e una classe politica di scarso rilievo nazionale con poche eccezioni. Ogni tanto, in una di queste eccezioni, genera ache una donna di servizio pubblico tenace, senza soggezione verso chi è più potente di lei, capace di farsi apprezzare anche da elettori di campo avverso.

Geniale, quella definizione.

Marco Paolini su Laura Puppato

Sulla candidatura poco visibile di Laura Puppato informazioni sul suo sito e in questo blog.

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Più Veltroni, meno Grillo

Nel corso di una lunga carriera da politico di professione, Walter Veltroni avrà fatto cose giuste e sbagliate. Non ne sono un esegeta, non sono in grado di fare bilanci né mi interessa. Però ha fatto certamente due cose almeno che consentono di ascriverlo tra i politici di razza.
La prima è la scelta (fine 2007, dopo la sua nomina a candidato con le primarie che segnarono la nascita del Partito Democratico) di proporre per il PD la vocazione maggioritaria – poi imbastardita dall’accordo con l’Italia dei Valori. Senza attendere riforme, senza reclamare nuove leggi, con quell’atto di volontà Veltroni determinò un radicale cambiamento nel panorama politico italiano: Silvio Berlusconi, abilissimo nel dettare l’agenda, fu costretto per una volta a inseguire, accelerando la fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale; e il numero di partiti che entrarono in Parlamento alle successive elezioni (complice la soglia di sbarramento e il richiamo al “voto utile”) si ridusse a cinque (lo stesso PD insieme all’IdV, la maggioranza PDL-Lega Nord, l’UDC), rafforzando il bipolarismo italiano. Sono passati soltanto quattro anni e quell’epoca sembra stravolta.
Il secondo atto politico è di oggi. Con l’annuncio di non ricandidarsi al Parlamento, Veltroni dimostra nuovamente che il cambiamento non ha bisogno dell’imperio delle regole: basta invece il coraggio, la volontà di cambiare partendo dalle proprie azioni e decisioni.
Con la sua rinuncia a un seggio parlamentare, Walter Veltroni è l’uomo più genuinamente politico sulla scena. Le sue scelte del passato potranno piacere o meno, gli slogan come “I care” potranno essere detestati per la loro inappropriatezza, potrà essere considerato colpevole della scomparsa della sinistra a sinistra del PD dal Parlamento. Certamente il risultato del 2008 è rimasto il migliore del Partito Democratico, benché sia stato vissuto molto male (ma Veltroni credette veramente che si potesse battere Berlusconi dopo l’impasse del governo Prodi bis? chi lo spinse a crederci? chi gli diede sondaggi sballati?), e quella delusione portò il segretario a dimettersi poco dopo, con il pretesto della sconfitta in Sardegna. Aveva già detto in passato di volere andare in Africa, e invece restò a Roma anche quella volta.
Ma il punto è che Walter Veltroni è l’unico della classe dirigente più matura del centrosinistra che forse ha un’idea di che cosa fare nel futuro della propria vita, mentre per gli altri si ha la sensazione che il ricambio generazionale corrisponda a una tragedia occupazionale, perché non saprebbero che cosa fare fuori dalle istituzioni.
Forse se si manifestassero più Veltroni, avremmo meno Grillo.

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