comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Questa sinistra

Se la frontiera della sinistra è l’uguaglianza (e non l’egualitarismo) questa è uguaglianza nelle condizioni di accesso ai beni materiali e immateriali del mondo contemporaneo, nella titolarità dei diritti civili, nella distribuzione delle opportunità sociali. È quindi uguaglianza che non ignora le diversità e non mortifica le eccellenze ma valorizza il merito, l’impegno e il talento.
Questa sinistra dunque riconosce la strumentazione sociale che il progresso civile ha messo a disposizione della comunità globale per conseguire l’uguaglianza: le istituzioni democratiche, le competenze sociali e tecnologiche, i mercati come meccanismi aperti per la valorizzazione delle eccellenze.
In questa cornice l’agire politico ha un primato sugli altri ambiti dell’agire sociale, a cominciare dall’economia. Come ci confermano Daron Acemoglu e James Robinson, soltanto istituzioni economiche aperte possono garantire uguaglianza nelle condizioni in cui gli individui si confrontano, cooperano e competono; a loro volta queste possono essere realizzate soltanto in presenza di istituzioni politiche aperte. L’agire politico di sinistra, le politiche di sinistra, quindi, questo devono perseguire: l’apertura delle istituzioni, ovvero la rimozione degli ostacoli alla libera circolazione e al franco confronto tra le idee e le persone, garantendo a quelli che nascono deboli le stesse condizioni di quelli che nascono forti.

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Renzi: prefazione alla nuova edizione di Destra e sinistra di Bobbio
Destra e sinistra, norberto bobbio

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Un anno di Barca. Con i piedi per terra.

Lavorare un anno accanto a Fabrizio Barca è stato entusiasmante. Un entusiasmo diffuso tra i suoi collaboratori tanto quanto lo stress per la mole di lavoro che genera con le sue idee e la preoccupazione per gli effetti talvolta dirompenti che possono avere. Provo a raccontare quest’anno di lavoro attraverso un piccolo alfabeto, un breviario barchiano.

A come attuazione: la vera “fissa” del Ministro che vuole “vedere le gru nei cantieri“, consapevole com’è che per cambiare l’Italia non bastano leggi o riforme ma piuttosto la tenacia e la perseveranza per fare ciò che si promette, ovvero di attuare le politiche dichiarate.

B come bottoni, quelli che ha detto di aver trovato una volta arrivato nelle stanze del potere. E che ha saputo usare, a dimostrazione che si può cambiare, se si è determinati a farlo e si sa in quale direzione andare. Ma anche come Bruxelles, dove è apprezzato come pochi italiani. E dove potrebbe prima o poi o approdare.

C come coesione territoriale, che nessuno capiva cosa fosse e che lui ha interpretato come sa: l’impegno specifico a ridurre le distanze tra i territori svantaggiati e quelli più avanzati, come suggeriscono le politiche europee e l’art. 119 della nostra Costituzione. E per il futuro della coesione territoriale è fondamentale il metodo proposto per la programmazione 2014-2020.

D come dipartimenti: il Ministro per la Coesione territoriale ha una delega senza portafoglio e perciò non dispone di un “ministero” ma ha potuto avvalersi di due dipartimenti della Presidenza del Consiglio (DIPE e DiSET) e di uno del Ministero per lo sviluppo (DPS): strutture con personale di prima classe, competente, motivato e capace di sostenere le idee e i progetti di Barca.

E come export. Da economista specializzato in politiche di sviluppo, si è messo a caccia di aree di vitalità industriale nel Sud con due criteri: quota significativa di esportazioni (che testimonia la capacità di stare su mercati senza distorsioni) e richiesta di beni collettivi in luogo di privilegi particolari.

F come ferrovia, mezzo di trasporto preferito e dimensione infrastrutturale sulla quale investire per il Paese. Come accaduto con l’avviamento della Napoli-Bari-Taranto-Lecce. Ma anche come famiglia: la sua, speciale come quelle che si costruiscono intorno a un leader naturale, un leader emozionale.

G come Grande Progetto Pompei: approvato in tempi record dalla Commissione europea per interventi di messa in sicurezza e restauro del valore di 105 milioni di euro. Secondo Barca il mondo cambierà il giudizio sull’Italia soltanto se sapremo cambiare il destino di quel luogo.

H come gli hotel discreti e semplici che sceglie, anche quando si muove per scopi istituzionali. Come quello che usa a Bruxelles, così economico che i suoi collaboratori sperano sempre non abbia posto a sufficienza oltre al suo, per poter alloggiare con maggiore comfort altrove.

I come inclusione sociale: quando l’economia va male, ma anche quando cresce e ancora non genera occupazione, un Governo giusto deve prestare attenzione a non lasciare indietro pezzi del Paese. Se ci si chiede che cosa voglia dire essere “di sinistra” in un Governo di tecnici, questa è una risposta.

J come Juventus, la squadra per la quale fa il tifo con due dei tre figli, che appena può porta a Torino per vedere la partita. Ovviamente viaggiando in treno e rinunciando alle offerte di biglietti, che acquista di tasca propria rinunciando a qualsiasi omaggio, com’è normale che sia (o come dovrebbe essere normale per chiunque).

K come i molti kilometri che macina per vedere i luoghi e le persone con i propri occhi, sapendo che non esistono best practice ma solo buone pratiche che possono essere adattate ad altri contesti se ve ne sono le condizioni.

L come luoghi, concetto al centro della sua teoria dello sviluppo: le politiche possono funzionare soltanto se sono pensate specificamente per i luoghi in cui intervengono, con le loro peculiarità.

M come migliore ministro del Governo. Secondo Il Sole 24 Ore, che nella classifica pubblicata in prima pagina il 22 dicembre 2012 gli attribuisce, unico caso nella compagine di Governo, un voto superiore al 7 (7 e mezzo per l’esattezza).

N come Nitti, Francesco Saverio. Il 23 ottobre 2012 ha ricevuto dall’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli il premio intestato allo statista melfitano, che ha certamente un ruolo tra riferimenti culturali di Barca, come Raffaele Mattioli. A figure così il Ministro guarda non solo con rispetto ma per ricavarne lezioni tanto dalla produzione teorica quanto dalle esperienze concrete delle politiche attuate.

O come OpenCoesione (opencoesione.gov.it), il portale per informare in modo trasparente sugli interventi pubblici finanziati (anche) con i fondi per la coesione, nazionali ed europei, che ha fortemente voluto e fatto realizzare in soli 6 mesi, anche grazie alla passione di dipendenti pubblici competenti e appassionati di open data come strumento essenziale e moderno per la trasparenza e la democrazia.

P come piano di azione per la coesione: lo strumento di riprogrammazione con il quale ha spostato 12,1 miliardi di euro da progetti inconsistenti a interventi strategici e con maggiori chance di successo, dalle infrastrutture all’inclusione sociale, salvaguardando le risorse comunitarie destinate all’Italia.

Q come quesiti del concorso pubblico con il quale ha trasparentemente selezionato gli organici destinati a lavorare alla ricostruzione de L’Aquila, missione speciale affidatagli dal presidente Monti. Oggetto di grande discussione e critiche pesanti, per ridare un futuro alla città messa in ginocchio dal sisma del 2009, con la partecipazione dei cittadini e sempre alla luce del sole.

R come risultati attesi. Parola magica nel bagaglio concettuale e teorico di Barca, indica l’imperativo di definire e dichiarare i risultati che ci si attende da un intervento pubblico prima di metterlo in atto, in termini di qualità della vita dei cittadini che ne sono destinatari e in modo che siano misurabili e verificabili. Insieme ad altre 6 radicali innovazioni di metodo, 3 opzioni strategiche e 11 aree tematiche è alla base del documento proposto per l’utilizzo dei fondi comunitari del periodo 2014-20.

S come Sud, che è stato la sua missione principale sebbene non unica, ma anche come sviluppo – che è il suo mestiere – e come sinistra, che è nella sua vocazione valoriale. Soprattutto però come sopralluoghi, altra innovazione di metodo per “fare accadere le cose”, cioè per fare funzionare le politiche: andando a vedere come procede un intervento sul posto, interagendo con le persone che ne sono incaricate de visu, e non solo tramite le carte.

T come Twitter, dove è diventato un mito perché il suo account (“autocertificato” a prova di fake già da un anno) lo usa personalmente per dialogare davvero con i cittadini. E ingaggiarsi con loro, come quando si è accordato con una studentessa aquilana per andare a sperimentare una mattinata da pendolare universitario. Ma anche come talk show: quelli a cui ha rinunciato quasi sempre, non per snobismo ma perché disponibile alla TV solo per fare informazione sulla propria attività di governo.

U come Università. Non è il suo mestiere, ma la consapevolezza che le chance di sviluppo di una società riposano nelle qualità della sua classe dirigente lo spinge a dedicare parte del proprio tempo alla didattica: da SciencesPo di Parigi alla Scuola di Alti Studi sullo Sviluppo della Fondazione Nitti che ha prodotto il corso “Far accadere le cose” a Villa Nitti in Maratea.

V come valutazione d’impatto, una delle sette innovazioni di metodo per la programmazione dell’impiego dei fondi europei nel periodo 2014-20: se investi denaro pubblico lo devi fare solo per migliorare la qualità della vita dei cittadini, devi dichiarare anticipatamente come, e alla fine misuri se l’intervento è stato efficace o meno. E ne trai le dovute lezioni.

W come World Wide Web, la Rete che consente a tutti di diffondere informazioni e a tutti di accedervi senza barriere d’accesso (a condizioni che venga implementato il piano per la banda larga finanziato anche con il piano di azione per la coesione). La chiave per fare trasparenza e promuovere la partecipazione dei cittadini alle decisioni e al monitoraggio degli investimenti pubblici, da Twitter a OpenCoesione a tutti i siti usati per promuovere l’accesso all’informazione, compreso quello del Comune di Acerra.

Z come lo zaino che si porta in spalla durante le escursioni ma anche quando va in missione: leggero ed efficiente.

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Nove semplici cittadini emettono la sentenza: ed Apple batte Samsung

Una giuria popolare, composta di sette uomini e due donne, ha aggiudicato a Apple il processo contro Samsung per la violazione di alcuni brevetti legati a tablet e smartphone (qui un articolo del Corriere sulla sentenza e qui quello di Repubblica). Una materia giuridicamente difficile come la controversia sulla violazione di brevetti è stata decisa dopo un mese di dibattito in aula e pochi giorni di discussione in camera di consiglio da nove semplici cittadini, come prevede il sistema giuridico americano, scelti causalmente dalle liste elettoriali volontarie e poi selezionati per escludere coloro che potessero avere pregiudizi.

Complice un’estate di letture grimsciane (eh sì, non gramsciane ma di John Grisham: “I contendenti”, “La giuria”, “L’ultimo giurato” e perfino “Il rapporto Pelican”), mi sono immaginato la battaglia legale in aula, il ruolo dei consulenti che avranno valutato i potenziali giurati ed esercitato un certo numero di veti (chissà, magari contro immigrati di origine asiatica…), la compattezza del processo (un mese di dibattimento, contro le diluitissime udienze del nostro sistema).

Ma soprattutto mi affascina il ruolo affidato dalle leggi americane a semplici cittadini in un contesto ipertecnico e specialistico come quello giuridico. Un ruolo tutto sommato molto vicino alla politica e alla democrazia, dove scelte cruciali sono affidate a soggetti che ne hanno il diritto ma non necessariamente le competenze e sono fortemente manipolabili.

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Quando il gioco si fa duro

La corsa dei migliori verso la politica è un fenomeno che si produce quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un grave pericolo

Da una lettera di Giame Pintor al fratello Luigi, poco prima di morire nel 1943 attraversando le linee tedesche. Citata nella lunga intervista di Eugenio Scalfari al Presidente Giorgio Napolitano oggi su Repubblica.

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Lealtà

C’è una sola cosa che apprezzo in questo mondo, Steve, ed è la lealtà. Senza lealtà non sei niente e non hai nessuno. E in politica è l’unica valuta su cui puoi contare.

Beau Willimon, Le Idi di marzo, Mondadori 2011 (pièce teatrale – titolo originale Farragut North, la strada di Washington in cui hanno sede molte società di lobby e consulenza istituzionale – che ha ispirato a George Clooney un bel film con un cast di ottimi attori: Ryan Gosling, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti).

 

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La buonapolitica, le primarie e gli alberi

Quest’anno ho piantato un viale di tigli lungo la strada che conduce al mio eremo: mi son chiesto se riuscirò a godere della loro ombra e soprattutto delle ventate di profumo dei loro fiori nel mese di maggio. Ma li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati del loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.

Così scrive padre Enzo Bianchi nell’epilogo del suo ultimo libro (Ogni cosa alla sua stagione, Einaudi, 130 pagg., 12,00€). Ecco, la politica è quella roba lì, di cose fatte non per sé ma per chi verrà dopo. Fare politica vuole dire lasciare il segno, una traccia su cui altri metteranno il piede. Un’attività gratuita, nel senso che produce effetti di cui non godrà chi la esercita, ma altri. Una roba per gente perbene, ma non per gente qualunque.

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La politica non esiste più

O forse non è mai esistita. Diciamo che esiste una dimensione pre-politica che si chiama “orientamento all’interesse generale”. Sembrerà incredibile, sì lo so sembrerà incredibile: ma, a questo mondo, c’è gente che – pensate un po’ – non desidera avere una Porsche. Preti, suore, laici volontari, impiegati, dirigenti dello Stato. Conosco almeno un sindaco e un ministro così. Gente che non vuole un posto migliore per sé nel mondo, ma desidera che il mondo sia un posto migliore per tutti.
Proviamo a ripartire da qui.

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Civico indirizzo?

Sulla questione sollevata da Valerio Onida alle primarie di Milano io credo che ci sia un grosso equivoco di fondo. Un equivoco che affonda le radici nella vocazione maggioritaria con cui è nato il PD. Con quella vocazione in testa e l’ipotesi di dissolvimento di qualsiasi altra cosa a sinistra, venne naturale allora decidere di aprire le primarie a tutti i “simpatizzanti” (qualcuno si ricorda invece la predilezione di D’Alema? “Ho sempre avuto una tessera di partito”). Così le primarie per la scelta dei candidati a cariche elettive diventano sistematicamente “di coalizione”. Cioè? Una competizione tra partiti.
E se invece di investire tutto su di un candidato selezionato in modo opaco i dirigenti del PD si fossero accordati con quelli di SEL e PRC per primarie vere, tra candidati alle stesse condizioni? E magari tra questi qualche proprio tesserato, anziché papa stranieri?

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Quanto è impopolare la politica pop

Dal Giudizio Universale
Da Porta a Porta a L’isola dei Famosi: il saggio di Gianpietro MazzoleniAnna Sfardini fa il punto su com’è cambiato il nostro modo di vedere la politica durante gli ultimi quindici anni

Curioso che la pubblicazione di un saggio sulla mutazione pop della politica coincida con il crollo della partecipazione elettorale dei cittadini. Politica pop – Da Porta a Porta a L’isola dei famosi è appunto il titolo di un agile ma prezioso volume – in libreria da poche settimane per i tipi del Mulino – che descrive le trasformazioni registrate dal sistema politico italiano durante gli ultimi 15-20 anni in simbiosi con l’evoluzione della televisione.

Curioso perché, dopotutto, in democrazia la politica dovrebbe essere “popolare” per definizione. E in Italia di politica si è sempre discusso molto, con livelli di partecipazione e di affluenza alle urne superiori a quelli registrati da molte altre democrazie occidentali. L’astensionismo alle ultime elezioni regionali, a tassi mai registrati prima, sembra invece suggerire che la politica contemporanea risulti piuttosto impopolare presso una fetta molto ampia di cittadini italiani.
In questa contraddizione forse c’è lo stimolo più interessante che ci offre il saggio scritto a quattro mani da Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini rispetto al recente risultato elettorale: la mutazione pop della politica non sembra corrispondere a una sua popolarizzazione intesa come maggiore partecipazione.L’efficace e brillante etichetta di politica pop non denomina infatti un modo di fare politica, ma solo il format prediletto da chi cerca di comunicarla: un format particolarmente adatto al mezzo televisivo, ovviamente, ma non solo.

In tre parole, direi che la mutazione della comunicazione politica di casa nostra è segnata da: drammatizzazione, spettacolarizzazione, personalizzazione. Cambiamenti complementari a quelli avvenuti nell’informazione, dove sempre più spazio è dedicato alle soft news (le notizie leggere, che possono sfociare anche nel gossip) a scapito della rappresentazione dei temi più complessi e articolati (le hard news).

L’evoluzione convergente dei media e del racconto politico contemporaneo ha realizzato un connubio capace di cancellare i confini già codificati tra programmi di intrattenimento e programmi di informazione: nascono così ibridi come l’infotainment (crasi tra information ed entertainment) e ilpolitainment nei quali il politico racconta la sua vita privata, rendendola pubblica, cucina o si prende a torte in faccia con l’avversario (anche in senso non metaforico). Sono spazi graditi al pubblico televisivo, che regala share strepitosi a Striscia la notizia, oppure alla copertina satirica di Maurizio Crozza aBallarò.
I meriti del volume di Mazzoleni e Sfardini stanno in questa rassegna ragionata che, pur non introducendo nuovi concetti, offre una sistematizzazione al sapere scientifico accumulato sul tema e lo inserisce in un contesto internazionale.

Da qui in avanti cominciano le domande degli autori e quelle che si pone il lettore. Alcune hanno una dimensione soggettiva e valoriale, mentre ad altre la risposta potrebbe arrivare già nei prossimi mesi da qualche studio analitico: la subordinazione della politica alla logica commerciale dei media (il fatto, cioè, che all’adeguamento di linguaggi e format della comunicazione corrisponda un cambiamento di sostanza nella definizione dell’agenda politica) è un bene o un male? Gli stessi media sono cambiati assecondando e sollecitando la trasformazione del cittadino in consumatore: è un bene o un male?E anche a prescindere dal giudizio di valore su cosa sia giusto e sbagliato, resta ancora una domanda: dato il livello record di astensionismo, il pubblico televisivo va a votare?

Leggi la scheda del libro

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PD al 40,3%

40,3 è la percentuale dei politici di professione sul totale dei candidati a un seggio europeo per il Partito Democratico.

Il doppio del PDL, quattro volte la lista Bonino-Pannella, quelli della Lega moltiplicato per cinque.

Remunerare l’attività di chi si dedica alla politica a tempo pieno è stato uno dei passi fondamentali per l’affermazione della democrazia, per il superamento delle aristocrazie e delle plutocrazie ottocentesche. Ma secondo me questo divario tra il PD e le altre formazioni politiche nella composizione dei propri attivisti e candidati è una delle ragioni della scarsa capacità di comprendere il “Paese reale”. Di capire cioè che cosa pensano e che cosa vogliono quelli che lavorano per vivere.

Di coloro che vivono di politica abbiamo già parlato a febbraio di quest’anno e dicembre dell’anno scorso.

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