Più Veltroni, meno Grillo

Nel corso di una lunga carriera da politico di professione, Walter Veltroni avrà fatto cose giuste e sbagliate. Non ne sono un esegeta, non sono in grado di fare bilanci né mi interessa. Però ha fatto certamente due cose almeno che consentono di ascriverlo tra i politici di razza.
La prima è la scelta (fine 2007, dopo la sua nomina a candidato con le primarie che segnarono la nascita del Partito Democratico) di proporre per il PD la vocazione maggioritaria – poi imbastardita dall’accordo con l’Italia dei Valori. Senza attendere riforme, senza reclamare nuove leggi, con quell’atto di volontà Veltroni determinò un radicale cambiamento nel panorama politico italiano: Silvio Berlusconi, abilissimo nel dettare l’agenda, fu costretto per una volta a inseguire, accelerando la fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale; e il numero di partiti che entrarono in Parlamento alle successive elezioni (complice la soglia di sbarramento e il richiamo al “voto utile”) si ridusse a cinque (lo stesso PD insieme all’IdV, la maggioranza PDL-Lega Nord, l’UDC), rafforzando il bipolarismo italiano. Sono passati soltanto quattro anni e quell’epoca sembra stravolta.
Il secondo atto politico è di oggi. Con l’annuncio di non ricandidarsi al Parlamento, Veltroni dimostra nuovamente che il cambiamento non ha bisogno dell’imperio delle regole: basta invece il coraggio, la volontà di cambiare partendo dalle proprie azioni e decisioni.
Con la sua rinuncia a un seggio parlamentare, Walter Veltroni è l’uomo più genuinamente politico sulla scena. Le sue scelte del passato potranno piacere o meno, gli slogan come “I care” potranno essere detestati per la loro inappropriatezza, potrà essere considerato colpevole della scomparsa della sinistra a sinistra del PD dal Parlamento. Certamente il risultato del 2008 è rimasto il migliore del Partito Democratico, benché sia stato vissuto molto male (ma Veltroni credette veramente che si potesse battere Berlusconi dopo l’impasse del governo Prodi bis? chi lo spinse a crederci? chi gli diede sondaggi sballati?), e quella delusione portò il segretario a dimettersi poco dopo, con il pretesto della sconfitta in Sardegna. Aveva già detto in passato di volere andare in Africa, e invece restò a Roma anche quella volta.
Ma il punto è che Walter Veltroni è l’unico della classe dirigente più matura del centrosinistra che forse ha un’idea di che cosa fare nel futuro della propria vita, mentre per gli altri si ha la sensazione che il ricambio generazionale corrisponda a una tragedia occupazionale, perché non saprebbero che cosa fare fuori dalle istituzioni.
Forse se si manifestassero più Veltroni, avremmo meno Grillo.

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L’onda è partita. @matteorenzi è sul surf

L’onda è partita. I fenomeni di massa – come la politica in democrazia e come il largo consumo in Occidente – sono così, come il mare. Quando ci stai sopra, non puoi frenare né governare l’andamento come si fa in auto su strada. Puoi orientare l’andatura ma devi sapere che il mare è più forte del tuo volere, devi rispettarlo, e spesso non vai dritto alla meta ma prendi traiettorie che dipendono dall’onda e dal vento.
Le campagne elettorali sono così. In una competizione politica le condizioni del campo di regata prevalgono quasi sempre sulle intenzioni e l’unica strategia possibile va inscritta in una consapevolezza zen. Fuor di metafora, e per fare una citazione da Lakoff: il frame determina il ruolo dei concorrenti. I concorrenti possono influenzare il frame se sono portatori di una novità radicale ma soltanto se quella novità recupera (sembra un paradosso) uno schema antico, un ruolo archetipico (e a quelli che invocano la “narrazione” a ogni spernacchiata pubblica rivolgo l’invito a rileggersi Vladimir Propp).
Il frame in cui si giocano le primarie del centrosinistra non lo inventa Renzi ma prende forma in virtù della sua presenza: è un frame che ha la forza antica delle cose ovvie, che per dirla meglio chiameremmo costanti antropologiche. È il frame del confronto vecchio/nuovo. Qui e ora, nell’Italia corrotta e inefficiente fino allo stallo di questi anni, il frame promuove Renzi.
Potrebbe non essere l’unico frame capace di strutturare la percezione degli elettori. Vedremo se qualcuno sarà capace di attivarne altri e in che modo questi si sovrapporranno a quello. Di sicuro la differenza tra i candidati non la faranno i mitici “contenuti”: quante persone conoscete che siano disponibili a confrontare documenti, dichiarazioni d’intenti, teorie e ipotesi di lavoro? Io pochissime, pagate per farlo (studiosi, ricercatori, consulenti).

Il dito dei media, la luna di @matteorenzi e lo sguardo di @weuropa

I mezzi di informazione italiani si accalcano intorno a Matteo Renzi, come tanti indici che invitano l’opinione pubblica a distogliere lo sguardo dalle curiosità del presunto novus del verbo grillino per rivolgerlo al rottamatore (espressione veramente coniata per Pippo Civati). Il quotidiano Europa guarda il dito. Ma non nel senso degli stolti che non capiscano di dover guardare la luna.

Al contrario, Stefano Menichini e Paolo Campo oggi sottolineano come sia cambiato il mood dei principali media italiani: Repubblica, ritenendo Bersani impossibilitato a vincere, ha deciso di dare un po’ di boost a Renzi, anche se probabilmente il sindaco di Firenze non è esattamente la cup of tea di Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e l’editore (ah, L’Espresso di questa settimana gli dedica la copertina, proprio quando la festa nazionale del PD si appresta a raggiungere il culmine del climax con il discorso del segretario di domani); il Corriere ritiene di poter dare una spallata alla componente meno riformista e moderna del PD, continuando nella linea del watchdog (il cerchiobottista, secondo il Foglio) della democrazia – delegando come sempre il compito di mazzolare la sinistra ad Antonio Polito, che oggi pone 9 buone domande al candidato Renzi. E Mentana vive una nuova giovinezza soffiando sul fuoco delle agitazioni interne al Movimento 5 Stelle (e sai che novità quello che sta accadendo… da Formigli, poche sere, Carlo Galli fa ha detto spazientito e un po’ avvilito l’ovvio che ogni buon osservatore già sa).

I veri king maker sono i mezzi di informazione, e se i due più grandi quotidiani decidono di dare spazio al nuovo che avanza (probabilmente per fini diversi e mossi da diversi presupposti) c’è da scommettere che il gioco si fa duro per Pierluigi Bersani. Lui ritiene che Hollande non sia tanto lontano, non solo geograficamente, ma la storia (italiana recente dell’opinione) non è schierata con lui. Se Rep e Corsera gli si mettono di traverso non è che si possa andare avanto soltanto con l’Unità…

PS: Però, ragazzi di Europa, cambiate l’app per iPad, crasha in continuazione…

La superiorità del frame

Non so chi prevarrà tra Bersani e Renzi alle primarie del centrosinistra (ma quando si faranno? Con che formula? Saranno “di coalizione”? E da chi sarà composta la coalizione?). Ma so che Renzi gode del vantaggio di essere al centro di un frame: quello del “nuovo” – fa sempre la sua parte, dal Berlusconi del 1993 al Grillo del 2012 – che ora si unisce a quello delle competenze – “i veri tecnici siamo noi” afferma il sindaco di Firenze, intendendo “noi amministratori locali”.
Troppe le variabili in gioco ancora irrisolte per fare previsioni. Ma non c’è partita tra lo spirito del tempo interpretato da Renzi e la sobria continuità del segretario del PD.

La buonapolitica, le primarie e gli alberi

Quest’anno ho piantato un viale di tigli lungo la strada che conduce al mio eremo: mi son chiesto se riuscirò a godere della loro ombra e soprattutto delle ventate di profumo dei loro fiori nel mese di maggio. Ma li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati del loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.

Così scrive padre Enzo Bianchi nell’epilogo del suo ultimo libro (Ogni cosa alla sua stagione, Einaudi, 130 pagg., 12,00€). Ecco, la politica è quella roba lì, di cose fatte non per sé ma per chi verrà dopo. Fare politica vuole dire lasciare il segno, una traccia su cui altri metteranno il piede. Un’attività gratuita, nel senso che produce effetti di cui non godrà chi la esercita, ma altri. Una roba per gente perbene, ma non per gente qualunque.

Civico indirizzo?

Sulla questione sollevata da Valerio Onida alle primarie di Milano io credo che ci sia un grosso equivoco di fondo. Un equivoco che affonda le radici nella vocazione maggioritaria con cui è nato il PD. Con quella vocazione in testa e l’ipotesi di dissolvimento di qualsiasi altra cosa a sinistra, venne naturale allora decidere di aprire le primarie a tutti i “simpatizzanti” (qualcuno si ricorda invece la predilezione di D’Alema? “Ho sempre avuto una tessera di partito”). Così le primarie per la scelta dei candidati a cariche elettive diventano sistematicamente “di coalizione”. Cioè? Una competizione tra partiti.
E se invece di investire tutto su di un candidato selezionato in modo opaco i dirigenti del PD si fossero accordati con quelli di SEL e PRC per primarie vere, tra candidati alle stesse condizioni? E magari tra questi qualche proprio tesserato, anziché papa stranieri?

La sfida di Prato

Da LibMagazine del lunedì.

L’election day di giugno si avvicina. I partiti corrono verso le elezioni. Cominciano ad affermarsi le candidature ai vertici degli enti locali. In questa rubrica segnaleremo quelle più interessanti per le modalità con cui i candidati vengono selezionati. Cominciamo con Prato, la città con la più alta concentrazione di immigrati e cittadini di origine cinese. Sindaco uscente di centrosinistra è Marco Romagnoli, dirigente della pubblica amministrazione. Il candidato del PD, vincitore delle primarie contro il compagno di partito Paolo Abbati, è Massimo Carlesi. Il centrodestra si affida unito e compatto a un outsider, l’imprenditore cinquantaseienne Roberto Cenni, titolare del marchio Sasch.

Il Duomo di Prato
Il Duomo di Prato

A sinistra quindi la selezione ha avuto luogo attraverso la partecipazione della base con le primarie, strumento ormai acquisito, diffuso e reclamato nel PD e più in generale nel centrosinistra. Uno strumento capace di produrre anche colpi di teatro, come nel caso della candidatura di Matteo Renzi nella vicina Firenze. A destra si tratta di un’investitura fatta dai vertici dei partiti, che nella rossa Toscana giocano una gara tutta in salita, ma dall’esito non scontato.

È vero infatti che Prato è nel cuore di una regione rossa, ma la crisi competitiva che ha devastato il tessuto della locale industria dell’abbigliamento, combinata alla crisi economica globale, apre crepe in un sistema di governo cittadino ampiamente collaudato. L’avanzata della Lega alle politiche dello scorso aprile, che tanto per cambiare ha colto di sorpresa la sinistra, ne è stato un segnale importante. E poi, in chiave più tattica, bisogna considerare la capacità di erosione a sinistra della lista civica di un assessore dell’attuale giunta, Aldo Milone.

Sul piano squisitamente tecnico quindi la scelta dei partiti di centrodestra è comprensibile e competitiva: un personaggio esterno ai partiti, capace di attirare quindi anche elettori propensi a un voto non identitario né ideologico; un imprenditore, nel quale altri imprenditori e lavoratori non vincolati ideologicamente si vorranno riconoscere nella speranza di un intervento sulle condizioni economiche del territorio.

Sarà interessante vedere in che misura questa scelta modificherà lo schema della competizione elettorale. L’incumbent, il partito di governo (locale), affronta una sfida oggettiva (la crisi della principale industria del territorio) e una sfida competitiva: quella posta da un outsider che rappresenterà le istanze economiche e le preoccupazioni del territorio. Peraltro un outsider che dichiara di avere ricevuto un’investitura dotata di ampia autonomia: “i partiti mi hanno affidato la responsabilità di guidare questo cambiamento in piena autonomia, lasciandomi la libertà di formare la squadra che riterrò più opportuna per rispondere nel modo più efficace alle esigenze di Prato”.

Una sfida da seguire con attenzione.