comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Me l'ero perso, eccolo qua

Avevo perso l’intervista di Fabio Fazio a Renato Soru. L’ho vista su YouTube e l’ho apprezzata molto, perché tocca molti dei temi di cui si occupa “Sindaco SpA”: il contributo dell’imprenditore alla politica, il rischio populistico che questo comporta, il conflitto di interessi, il rapporto tra decisionismo e democrazia, le motivazioni (“Ma chi ve lo fa fare” è il titolo del capitolo che se ne occupa)…

Eccolo qui in due tranche:

Per completezza, indico anche l’URL dell’intervista barabarica di Daria Bignardi, perché Soru è un personaggio “ipo-televisivo” e proprio per questo è interessante vederlo in TV:

http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=invasioni&video=18992

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Una risata ci seppellirà

LibMagazine è online anche oggi, pressoché vigilia di Natale. Io sono stato un po’ pigro e un po’ immutolito  davanti al caos politico-giudiziario di questi giorni. Così me la sono cavata riferendo una storia semplice. Ma voi cliccate qui ché su questo numero ci sono cose più interessanti.

Quindici anni fa un pezzo importante del ceto politico italiano è crollato sotto i colpi assestati dalla magistratura. Il conflitto tra i poteri dello Stato che da allora non si è mai sopito ha prodotto una caduta complessiva della fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il caos politico-giudiziario di queste settimane ha aggravato il clima.

Che dire delle storie, vere o presunte, di regali, favori, connivenze, amicizie che fanno comodo, patti stretti a spese dei cittadini, che i media mettono in scena quotidianamente? Voglio provare a riferire il racconto di un piccolo imprenditore che fa il sindaco del suo comune in provincia di Bergamo, eletto in una lista civica. C’è un’ingenuità che fa sorridere, ma chissà che non sia un sorriso a riportarci alla semplicità delle cose e a restituirci un po’ di speranza.

“Due tre giorni dopo la mia nomina arriva qui un mio amico a complimentarsi e siccome aveva letto nel mio programma che avevo l’intenzione di comprare un pullmino per il trasporto dei disabili, mi dice che l’azienda per la quale lavora tutti gli anni finanzia qualche opera benefica. Così si è impegnato a verificare se anche quell’anno ci fosse in programma la possibilità di un finanziamento. Il giorno dopo torna e mi dice di avere parlato con il suo titolare, il quale è disponibile a finanziare l’acquisto.

Dopo una ventina di giorni il mio amico ritorna con l’assegno di 38 milioni di lire per acquistare il pullmino. Ho preso la busta e l’ho messa in tasca, e sono andato a fare il giuramento in Prefettura. Qualche giorno dopo chiamo il segretario comunale e gli dico: ho qui l’assegno per comprare quel pullmino che serve in paese; cosa devo fare? Andiamo direttamente a comprarlo? Gli si sono sgranati gli occhi e mi ha detto di restituirlo immediatamente a chi me lo aveva dato, che se lo avessero saputo i miei avversari politici mi avrebbero denunciato.

Che dovevamo fare prima una delibera per l’acquisto, poi un’asta, poi un’altra delibera per accettare la donazione… Abbiamo portato a termine questa pratica un anno dopo e con un costo totale di 48 milioni di lire, 10 milioni in più rispetto al prezzo di mercato. Non è come trattare una cosa direttamente con un fornitore. Tre giorni dopo l’elezione avrei potuto trattare con un fornitore e cominciare a dare un servizio ai cittadini. E invece abbiamo tenuto l’assegno nel cassetto per un anno. Soldi regalati, che non avevano alcun costo per la comunità. E allora ho pensato che forse non era il mio posto.”

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Questione immorale

Come ogni lunedì è online un nuovo, prezioso numero di LibMagazine. Anticipo qui la rubrica di Sindaco SpA ma vi invito a leggere LM.

Andiamo al cuore della questione: prendere soldi per fare politica. E sgombriamo il campo da idee rancorosamente o invidiosamente qualunquiste: se non esistesse il professionismo in politica, gli unici a potersi dedicare in senso moderno alla polis sarebbero pochi ricchi. Il professionismo politico è un’importante innovazione di età moderna che ha reso possibile la nascita e il consolidamento delle democrazie contemporanee. La necessità di remunerazione non riguarda soltanto le cariche elettive ma anche coloro che sostengono l’attività di candidati ed eletti, i quali vengono occupati in patronati, sindacati, giornali, nella pubblica amministrazione. Non è uno scandalo: nella prima democrazia del mondo, quella americana, funziona così da un paio di secoli. Hanno dovuto riformare lo spoils system con una legge, per mettere un freno al furore sostitutivo di ogni nuova elezione. Secondo quanto scrive il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, nel suo “Falce e carrello”, in Italia l’elenco delle opportunità di occupazione per chi vive di politica si sarebbe esteso alla grande distribuzione organizzata, che avrebbe garantito al vecchio PCI la rotazione per i propri funzionari tra i ruoli di amministratore pubblico e dipendente delle Coop. La politica ha a che fare con il potere, il potere determina le condizioni per guadagnare risorse e le risorse vengono reinvestite nella competizione politica che si svolge prevalentemente sul terreno elettorale.

La cosiddetta questione morale che riempie le pagine dei giornali di questi giorni è diversa dal dibattito sulla “casta” che imperava soltanto pochi mesi fa: non si discute di quanto guadagnano i politici – che infatti non è un problema in sé – ma dell’effetto che l’ambizione dei politici di professione esercita sull’ambiente circostante (economico, naturale, sociale) quando questi fanno favori in cambio di altri favori utili a conseguire successi sempre più prestigiosi nella propria carriera professionale. Quando l’agire dei politici di professione è prevalentemente autoriferito, l’interesse generale cade in secondo piano, si verificano distorsioni del libero mercato e con buona probabilità ne risulterà danneggiato il bene comune.

La soglia oltre la quale il livello di occupazione della società da parte della politica non è più accettabile è determinata dall’efficienza dell’azione politica: quando il costo complessivo della politica resta ben al di sotto dell’efficacia conseguita dall’azione degli amministratori non c’è problema, almeno non in senso assoluto, ma eventualmente relativo e riferito alla concorrenza internazionale. La questione morale della insufficienza di una causa ideale non è determinante. È la democrazia, bellezza!, sembrava dire Max Weber quasi un secolo fa quando affermava che i cittadini americani preferirebbero “avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che una casta di funzionari che sputa su di noi” (La politica come professione, 1919).

Non prendiamoci in giro, dunque, ché predicare moralità è una necessità inestingubile ma di Giordano Bruno se ne vedono pochi in giro. La vera questione immorale è la irresponsabilità, cioè la rinuncia o il tentativo di sottrarsi al dovere di dare risposte adeguate alle domande dei cittadini. Di servizi, di prestazioni, di infrastrutture. Gli italiani forse più di altri sono particolarmente propensi a tollerare (magari perfino a simpatizzare con) vecchi vizi e la scarsa coerenza nell’aderire a un ideale. Ciò che la cittadinanza competente, secondo la descrizione che ne dà Carlo Carboni nel suo La società cinica, diversamente dalla cittadinanza qualunquista, dovrebbe pretendere dal ceto politico è la responsabilità nella sua accezione originaria di “dovere della risposta”. Dovrebbe controllare, valutare e al momento opportuno giudicare. E se è moralmente degna di questo privilegio democratico, dovrebbe giudicare proprio sulla base dell’efficacia e della dignità responsabile del personale politico.

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Ha ragione Caldarola

Condivido il pensiero di fondo che Peppino Caldarola esprime nell’editoriale del Riformista di oggi. Il nodo della questione morale sta nell’agire in vista di uno scopo, e non possono più essere ammessi scopi latenti che non coincidono con lo scopo manifesto dell’amministrazione pubblica: servizi all’individuo e alla crescita sociale.

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Concussi e contenti

Dietro il Sud Africa. Più giù di Portorico. Molto dopo Santa Lucia (che peraltro non so neanche dove sia, ma escludo che vada intesa come la sede principale della Regione Campania a Napoli). L’Italia è al 55° posto nella classifica mondiale della percezione della corruzione, che prende in considerazione 180 Paesi. Al primo posto (la classifica è stilata in ordine decrescente, dal più virtuoso al più corrotto) Nuova Zelanda, Danimarca e Svezia ex-aequo con un punteggio pari a 9,3; agli ultimi due Myanmar (1,3) e Somalia (1,0). Il punteggio sintetico è il Corruption Perception Index, calcolato da un’organizzazione indipendente internazionale, Transparency International (www.transparency.org).

L’articolo continua sul nuovo numero di LibMagazine.

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