comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

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Parole sante, Presidente

Ieri il presidente Napoitano ha detto cose interessanti, parlando a una delegazione dell’ANCI: lo scontro politico cieco e pregiudiziale è una sceneggiata; la legge del 1993 per l’elezione diretta del primo cittadino è la riforma che ha funzionato meglio e tenuto nel tempo; i sindaci incarnano l’istituzione più vicina ai cittadini.

Il rinnovamento della politica italiana può partire soltanto da lì, dalla dimensione local, dai territori, dove si trovano al lavoro persone che hanno una qualità specifica: non sono interessate a fare della politica una carriera e della pubblica amministrazione un feudo da occupare per decenni. Insomma, da una parte il civil service di tanti sindaci e amministratori, dall’altra il mastellismo.

Dal capitolo La svolta. Tangentopoli e la nuova legge elettorale di “Sindaci imprenditori”.

Il sistema politico reagisce al malcontento generalizzato che esplode con Tangentopoli cercando anche soluzioni “di sistema”. Si pensa di instaurare una nuova stagione nel rapporto tra cittadini e rappresentanti, almeno a livello locale, promuovendo un nuovo sistema elettorale per il Comune che prevede l’elezione diretta del sindaco. Non più, quindi, l’elezione di un Consiglio Comunale in seno al quale parti distinte cercano un accordo sul quale convergere e infine nominano il capo della coalizione costruita su quella convergenza. Con la legge 81 del 1993 il sindaco viene eletto direttamente tra quelli che si candidano al ruolo. Lo scopo è chiaro: instaurare un rapporto diretto tra i cittadini e la persona che deve guidare il Comune, identificare in modo inequivocabile la responsabilità della gestione attribuendo a questa un nome e cognome, e infine impedire le manovre delle segreterie che provocavano la caduta delle giunte per ragioni spesso imperscrutabili. Col risultato di bloccare a lungo l’amministrazione in attesa della formazione di una nuova maggioranza, o della ricostruzione della stessa, magari su basi diverse, per esempio scambiando le deleghe all’istruzione con un assessorato ai lavori pubblici. La nuova legge elettorale consente un’investitura autorevole, una responsabilità chiara, maggiore stabilità. È così che nasce la stagione dei sindaci: gli italiani scoprono che è meglio scegliersi una leadership, assegnare un incarico a una persona, immaginarla al proprio servizio, con una responsabilità alla quale non ci si può sottrarre. Fino al giudizio successivo, che spetta esclusivamente all’elettore. Un cambiamento che rende più disponibili a farsi coinvolgere alcuni imprenditori, i quali erano rimasti lontani dalla politica temendone le prassi poco trasparenti e il rischio di restarvi invischiati, compromettendo la propria immagine. Ma dal momento che si viene scelti direttamente dagli elettori e che soltanto a questi si deve rispondere, può valere la pena farci un pensiero.

La legge più giusta di questo Paese è la riforma del sindaco, io non avrei mai fatto il sindaco se avessi dovuto restare in balia dei partiti: oggi sono sindaco e domani non lo sono più perché le segreterie si sono messe d’accordo contro di me?! [Nord, centrodestra]

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