comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La sconfitta

Ha ragione Umberto Ambrosoli: inutile spaccare il pelo in quattro, abbiamo perso. Ma le ragioni della sconfitta vanno individuate. Le ragioni politiche vengono da molto lontano, e parlarne significa esprimere opinioni senza il supporto di evidenze sufficienti. Le ragioni tecniche possono essere invece identificate più facilmente.

La prima ragione è il tempo: 3-4 settimane per proporre la candidatura alle primarie; altre 8 settimane per arrivare alle elezioni. Troppo poco. Giuliano Pisapia cominciò a lavorare per le comunali di Milano, che si tennero a inizio maggio 2011, dal luglio del 2010: quasi un anno per battere – quartiere per quartiere – una città.

La seconda ragione è legata alle risorse economiche: insufficienti. Con poco tempo a disposizione, un budget robusto avrebbe potuto aiutare a recuperare il divario di notorietà. Le affissioni negli spazi commerciali finché la legge lo consente e poi le plance elettorali avrebbero fatto conoscere il volto e il nome del candidato a quegli elettori meno attenti all’informazione, a quelli che non leggono i giornali e guardano poco o con minore attenzione i telegiornali e le trasmissioni televisive di informazione politica.

La terza ragione riguarda i contenuti e gli stili della comunicazione. Ambrosoli ha potuto, con il supporto di decine di esperti e accademici, sviluppare un progetto di governo – non un programma elettorale, proprio un piano di impegni per governare la Regione – che aveva due focus: il lavoro e la riduzione dei costi della politica. In termini più precisi: l’impegno a sostenere attivamente le imprese e lo sviluppo economico in modo da creare 300mila posti di lavoro (facendo così salire l’occupazione dal 65 al 70%, con un forte incremente dell’occupazione femminile), e l’abbattimento dei compensi a consiglieri assessori e presidente della Giunta (un orientamento accompagnato da un più ampio impegno a garantire comportamenti irreprensibili). Una buona sintesi, una sintesi realistica, concreta. Certo con quel requisito di “realizzabilità” che caratterizza gli impegni che i leader intellettualmente onesti accettano di dichiarare come “concessione” alla esigenza di sintesi che la comunicazione di massa impone.

Dall’altra parte, il “combinato disposto” della promessa di Maroni di trattenere in Lombardia il 75% delle tasse e quella di Berlusconi di restituire l’IMU hanno fatto presa. Non sappiamo se siano credibili (Maroni probabilmente tra qualche mese spiegherà che “è colpa di Roma” se non può ottenere quello che ha promesso in campagna elettorale, mentre Berlusconi non avrà la responsabilità del Governo e quindi non dovrà giustificare la mancata restituzione dell’IMU) ma sicuramente sono efficaci. Come tutte le favole. E hanno premiato Maroni nelle aree più periferiche della Regione, dove è maturata la sua vittoria.

Infatti il dato che emerge con maggiore forza da una prima occhiata all’andamento del voto è la divaricazione tra grandi centri urbani e aree rurali e montane: Ambrosoli ha prevalso in 11 capoluoghi di provincia su 12, insomma tutti tranne Varese, la città del leader leghista. Con uno scarto che va dal punto di Como ai 14 di Milano fino ai 20 di Mantova. Eppure non è bastato.

Attenzione, però: non si tratta di distinguere tra cultura “alta” e cultura “bassa”. Non basta evocare la differenza nei tassi di lettura dei giornali tra centri urbani e provincia. Si tratta di distinguere tra modelli cognitivi, tra modi di organizzare la propria percezione della realtà. Modi diversi che definiscono diversamente il perimetro della realtà stessa. Tra i ceti urbani è più elevata la disponibilità a considerare rilevanti questioni dalle quali non si è toccati direttamente e concretamente. Se a Milano ci si chiede come sia possibile che dopo gli scandali nella sanità e la penetrazione della ‘ndrangheta sia stata premiata un’offerta politica di continuità con l’amministrazione uscente di Formigoni, a Moniga del Garda si limitano a constatare che quando chiamano il CUP per prenotare una visita specialistica in ospedale l’appuntamento viene fissato in modo efficiente e in tempi ragionevoli. E quando sentono parlare di ‘ndrangheta pensano alla Calabria e a uomini tozzi con la coppola in testa che in piazza San Martino non hanno mai visto.

In altre parole non si sentono toccati e investiti dall’allarme sulle questioni etiche, che sembrano poter avere un impatto sulla propria realtà e sulla propria esperienza quotidiana solo marginale e comunque indiretto. Mentre la restituzione dell’IMU, una riduzione delle imposte, la cancellazione del bollo auto hanno un impatto diretto sul proprio portafoglio.

Insomma a fare la differenza, in Lombardia, potrebbe essere stato quel voto d’opinione che potremmo definire “pragmatico”, “di interesse” o “utilitaristico”. Insieme alla stima per la figura personale di Roberto Maroni e ad una parte di voto irriducibilmente identitario (leghista e berlusconiano), avrebbe contribuito a superare il voto per Ambrosoli. Che a sua volta ha goduto, oltre al voto identitario della base PD, di un voto d’opinione che potremmo chiamare “valoriale” o “consapevole” (degli effetti indiretti delle storture collusive delle precedenti amministrazioni).

forteperchelibero

La conclusione non assolve nessuno, ma punta il dito su un dato dal quale non si può prescindere: chiunque si occupi di comunicazione di massa sa che il successo di una proposta è saldamente legato alla notorietà. E’ la notorietà il requisito fondamentale per conquistare il consenso. Quando Umberto Ambrosoli ha cominciato questa avventura politica aveva una notorietà pari a un terzo di quella di Maroni. Ha recuperato tantissimo. Ma non ha avuto tempo sufficiente per il sorpasso. E’ una lezione per un’intera classe dirigente: il consenso non si costruisce in 8 settimane. E’ bene che si cominci domattina a lavorare per il prossimo giro.

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Prendiamo i dati del voto alla Camera in Lombardia, quando mancano soltanto 117 sezioni: la differenza tra la coalizione di centrodestra e quella di centrosinistra è di 432mila voti. Il M5S e la coalizione Monti hanno preso 1 milione 800mila voti.

Mettiamola così: se un elettore su quattro avesse optato per il voto disgiunto Ambrosoli colmerebbe la distanza registrata sul piano del voto parlamentare.

Domani scopriremo l’impatto sull’elettorato degli appelli al voto disgiunto, degli endorsement per Ambrosoli venuti da esponenti e candidati del movimento di Monti e da personaggi pubblici come Fo e Celentano che hanno sostenuto il voto disgiunto rispettivamente a Scelta Civica e al M5S per il consiglio regionale e per Ambrosoli alla presidenza della Regione.

 

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Ambrosoli-Maroni in attesa del voto disgiunto

Le ipotesi razionali sull’esito del voto amministrativo in Regione Lombardia – visti trend, indicatori, serie storiche, quadro delle alleanze ecc. – renderebbero plausibile la clamorosa sorpresa di una vittoria del candidato civico e di centrosinistra dopo 18 anni.

I primi dati che vengono dagli exit poll e dagli instant poll annunciano un testa a testa nel voto politico tra centrodestra e centrosinistra. In questa condizione, due considerazioni possono aiutare a prefigurare l’esito. La prima considerazione riguarda la differenza tra la coalizione politica nazionale di centrosinistra e quella amministrativa per le regionali in Lombardia: quest’ultima è più ampia e dovrebbe portare ad Ambrosoli più voti di quelli presi da Bersani in regione.

La seconda considerazione riguarda il voto disgiunto: le dichiarazioni di voto di esponenti di Scelta Civica (come Ilaria Borletti Buitoni e Pietro Ichino) e di personaggi popolari come Dario Fo e Adriano Celentano indurrebbero a pensare che Ambrosoli potrebbe avvantaggiarsi del voto disgiunto. C’è un però: il voto disgiunto può funzionare anche al contrario. Se è vero quanto ci dicono gli analisti sul M5S, ovvero che sarebbe cresciuto grazie al voto di elettori che in passato hanno votato per il centrodestra, non è da escludere che qualcuno voti per il Movimento 5 Stelle al consiglio regionale e per Maroni alla presidenza.

 

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#Lombardia: le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni

Riflettendo sugli scenari politici in Lombardia un anno fa (prima della passate amministrative e dello scandalo sul Trota e the family che ha interessato la Lega, per intenderci) pensavo che una candidatura di Roberto Maroni sarebbe stata molto probabilmente vincente.
La scelta del Centrosinistra di fare lo sherpa, il portatore d’acqua per un candidato esterno al partito (anzi, estraneo alla politica istituzionale come Ambrosoli) e capace di portare con sé il consenso di elettori esterni al perimetro elettorale tradizionale del centrosinistra è stata una scelta giusta e coraggiosa. È una strada che avevo indicato sul quotidiano Europa nell’estate del 2011, dopo la vittoria di Pisapia a Milano.
Il crollo dei consensi per l’accoppiata PDL-Lega – da attribuire sia all’inaffidabilità etica mostrata da questi partiti sia all’incapacità di mantenere le promesse – non basterebbe infatti a PD e SEL per vincere le elezioni. Il bacino elettorale di queste formazioni non supera il 30-34%.
Umberto Ambrosoli può intercettare il voto di elettori in uscita da UDC, FLI, PDL e Lega. Voti diretti verso l’astensionismo o la protesta, destinati ad arricchire il bottino elettorale di Grillo (mentre Ingroia pesca nel bacino elettorale a sinistra di SEL, nel qualunquismo e nel populismo che prescindono dalle categorie di destra e sinistra), in qualche caso la chiarezza liberale di Giannino (in disgrazia dopo le sciocchezze sul master a Chicago: la vanità fa brutti scherzi).
Personalmente stimo il “valore aggiunto” di Ambrosoli rispetto al quadro nazionale PD-SEL-PSI tra i 4 e gli 8 punti percentuali. E’ una stima che va fatta tenendo conto che la coalizione che sostiene Bersani alle politiche è diversa da quella che sostiene Ambrosoli alle elezioni amministrative lombarde: il Patto civico di centrosinistra include la lista civica Etico che raccoglie l’offerta a sinistra di SEL ma probabilmente anche simpatie tra i partiti di Vendola e di Bersani; l’IDV che alle politiche è confluita in RIvoluzione civile; il Centro Popolare Lombardo, composto da ex UDC che hanno deciso di non seguire l’indicazione ufficiale del partito di sostenere Albertini; e la lista civica Con Ambrosoli presidente. Un quadro reso possibile solo dall’alterità di Ambrosoli rispetto agli esponenti politici “di professione” e quindi intrinseci ai partiti presenti sulla scena.
Le due civiche “centriste” della coalizione potranno prendere tra 6 e 10 punti, certamente valore aggiunto del candidato presidente. Etico sottrarrà qualcosa a SEL e PD (quest’ultimo potrebbe perdere qualche cosa anche a vantaggio delle civiche). Il bilancio complessivo dovrebbe registrare appunto 4-8 punti in più rispetto al risultato di PD-SEL-IDV.
Insomma, il bello della sociologia politica è che gli scenari cambiano. E che le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni.

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Il sorpasso

Chiunque si occupi seriamente di comunicazione di massa sa che la notorietà è la prima condizione del successo di un’offerta rivolta alla generalità dei cittadini. La politica non fa eccezione, anzi. Quando siamo partiti con Umberto Ambrosoli alle primarie la notorietà del candidato in Lombardia si aggirava intorno al 30%.
Il suo principale avversario, il segretario federale della Lega Nord Roberto Maroni, frequenta le istituzioni da vent’anni, ha fatto il ministro tre volte, e registra una notorietà in regione del 99% (i ricercatori dicono che c’è sempre un 1% di persone “sconnesse” dalla realtà).
Soluzione per mettersi alla pari: investire nella campagna poco meno di 4 milioni di euro. Che però non ci sono. Neanche la metà. Forse metà della metà. E allora si fa di necessità virtù, si fa leva sull’entusiasmo popolare e sull’impegno civico di partiti e di gruppi di mobilitazione esterni ai partiti. E ci si prepara al momento in cui si accendono i riflettori. Cioè adesso. L’obiettivo è molto semplice: recuperare in due settimane 12 punti percentuali di notorietà rispetto all’ultimo sondaggio (che la stima in 65%). E ogni 4 punti di notorietà recuperare 1 punto di consenso. 3 punti in due settimane. Si può. Sta accadendo.
La strategia la racconta Repubblica qui. Il recupero nasce in quel piccolo schermo del quale l’avversario ha abusato in virtù del doppio ruolo di candidato regionale e leader nazionale. Per esempio con il servizio del TG1 di questa sera (17’50” a 19’20”). Oppure la puntata di Otto e mezzo del 12 febbraio.

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Il Bar Sport del voto

Cominciamo a dire qualche cosa su questa campagna d’inverno in Lombardia adesso, ché dopo sarà il momento dei “maestri-del-senno-di-poi”. Cominciamo dalle difficoltà della campagna. La scarsità delle risorse finanziarie? La scarsità del tempo? Certo, tutto questo e altro. Ma una delle difficoltà principali in una campagna “civica” è l’effetto Bar Sport.

L’effetto Bar Sport è quello che sperimentano tutti gli addetti ai lavori del mondo del calcio quando si avvicina qualcuno che in virtù della propria competenza di spettatore del pallone, ritiene di poter esprimere una competenza come allenatore, direttore sportivo, consigliere del presidente. In una campagna elettorale sono quelli che in virtù dela lettura di qualche editoriale di Scalfari vogliono il candidato più sorridente, ovviamente subito dopo quelli che avendo letto un elzeviro sul Corriere della Sera ti dicono che è troppo sorridente. Poi ci sono quelli che lo vogliono aggressivo e quelli che dicono che rischia di apparire arrogante, quelli che ti vengono a dire che “sui social non sta andando bene” mentre pubblichiamo una caterva di cose e abbiamo sviluppato il triplo dei seguaci e non c’è paragone sul coinvolgimento.

Ecco, il marketing elettorale e la comunicazione politica sono uno sport specifico: chi fa questo sport si allena, studia i grandi campioni della storia, sviluppa schemi di gioco, conserva sulla pelle l’esperienza del passato, dalle lacrime per le vittorie all’odore delle sconfitte. Agli altri, vicini e lontani, riservo un sorriso e un caffè pagato.

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Grazie Ravelli che su @rep_milano fa il punto sul tafazzismo di sinistra

Se questo fosse un Paese normale, un onesto candidato che si presentasse in Lombardia contro il centrodestra dei Maroni e dei Formigoni dovrebbe vincere a mani basse. Sarebbe ovvio e naturale che una classe politica responsabile di ruberie (a centinaia di milioni di euro, altro che Nutella), traffici malavitosi con la ‘ndrangheta, firme false sulle liste, vacanze tropicali a sbafo, diamanti e lauree albanesi, multe per le quote latte scaricate sui contribuenti, se ne andasse a casa e lasciasse il campo a qualcun altro. Sarebbe, prima di tutto, una questione di efficienza e di decenza.

La Lombardia, regione dinamica che pure soffre la crisi del lavoro e dell’economia, si merita di meglio. Umberto Ambrosoli, non avendo alle spalle una macchina elettorale collaudata, scontando le difficoltà dell’esordiente e pagando un ovvio deficit di notorietà, ci sta provando. E gli tocca affrontare, oltre allo strapotere economico degli avversari – solo Maroni spenderà per la campagna elettorale circa il doppio di quanto ha preventivato Ambrosoli – anche la sindrome tafazziana di quelli che dovrebbero voler vincere con lui e che invece preferiscono esercitarsi nella tradizionale attività della sinistra, che è quella di sottolineare i difetti del compagno di banco. Quelli con il ditino alzato, che non gli va bene niente. Quelli che Maroni se lo sono meritato.

Repubblica, ed. Milano, 5 febbraio 2013

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Il bianco negli occhi

Fermi. Tutti fermi. Finché non vedrete il bianco dei loro occhi.

[Tex Willer, nonché numerosi film western]

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