comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

#Lombardia: le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni

Riflettendo sugli scenari politici in Lombardia un anno fa (prima della passate amministrative e dello scandalo sul Trota e the family che ha interessato la Lega, per intenderci) pensavo che una candidatura di Roberto Maroni sarebbe stata molto probabilmente vincente.
La scelta del Centrosinistra di fare lo sherpa, il portatore d’acqua per un candidato esterno al partito (anzi, estraneo alla politica istituzionale come Ambrosoli) e capace di portare con sé il consenso di elettori esterni al perimetro elettorale tradizionale del centrosinistra è stata una scelta giusta e coraggiosa. È una strada che avevo indicato sul quotidiano Europa nell’estate del 2011, dopo la vittoria di Pisapia a Milano.
Il crollo dei consensi per l’accoppiata PDL-Lega – da attribuire sia all’inaffidabilità etica mostrata da questi partiti sia all’incapacità di mantenere le promesse – non basterebbe infatti a PD e SEL per vincere le elezioni. Il bacino elettorale di queste formazioni non supera il 30-34%.
Umberto Ambrosoli può intercettare il voto di elettori in uscita da UDC, FLI, PDL e Lega. Voti diretti verso l’astensionismo o la protesta, destinati ad arricchire il bottino elettorale di Grillo (mentre Ingroia pesca nel bacino elettorale a sinistra di SEL, nel qualunquismo e nel populismo che prescindono dalle categorie di destra e sinistra), in qualche caso la chiarezza liberale di Giannino (in disgrazia dopo le sciocchezze sul master a Chicago: la vanità fa brutti scherzi).
Personalmente stimo il “valore aggiunto” di Ambrosoli rispetto al quadro nazionale PD-SEL-PSI tra i 4 e gli 8 punti percentuali. E’ una stima che va fatta tenendo conto che la coalizione che sostiene Bersani alle politiche è diversa da quella che sostiene Ambrosoli alle elezioni amministrative lombarde: il Patto civico di centrosinistra include la lista civica Etico che raccoglie l’offerta a sinistra di SEL ma probabilmente anche simpatie tra i partiti di Vendola e di Bersani; l’IDV che alle politiche è confluita in RIvoluzione civile; il Centro Popolare Lombardo, composto da ex UDC che hanno deciso di non seguire l’indicazione ufficiale del partito di sostenere Albertini; e la lista civica Con Ambrosoli presidente. Un quadro reso possibile solo dall’alterità di Ambrosoli rispetto agli esponenti politici “di professione” e quindi intrinseci ai partiti presenti sulla scena.
Le due civiche “centriste” della coalizione potranno prendere tra 6 e 10 punti, certamente valore aggiunto del candidato presidente. Etico sottrarrà qualcosa a SEL e PD (quest’ultimo potrebbe perdere qualche cosa anche a vantaggio delle civiche). Il bilancio complessivo dovrebbe registrare appunto 4-8 punti in più rispetto al risultato di PD-SEL-IDV.
Insomma, il bello della sociologia politica è che gli scenari cambiano. E che le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni.

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La deriva prossima

Ieri è comparso sul sito di ItaliaFutura un editoriale a firma congiunta del direttore della fondazione, Andrea Romano, e di Carlo Calenda. Vi sostengono, gli autori, che l’astensionismo alle consultazioni elettorali non sia più da giudicare, com’è accaduto in tempi recenti, una manifestazione di qualunquismo. Al contrario, nella drammatica – o comica – situazione attuale (non si cita mai abbastanza l’affermazione di Flaiano secondo il quale in Italia la situazione può essere “grave, seria, mai!”), l’astensionismo costituirebbe una rispettabile posizione di distacco. Quella che Hirschmann definì come l’opzioni exit tra le possibili, qui e adesso sarebbe non solo legittima ma soprattutto dotata di un senso – e un ruolo – politico.

Temo però che quote crescenti di astensione siano la prospettiva fisiologica del nostro sistema politico, dopo la svolta in direzione bipolare (un bipolarismo simmetrico a 5 gradi: la Lega all’estrema destra, il PDL su cui si concentra la maggior parte del voto di centrodestra – almeno nelle medie nazionali, perché in alcune aree del Nord la Lega è destinata ad avere la meglio – l’UDC equilibrista al centro, quindi al polo opposto, simmetricamente, il PD a raccogliere le quote prevalenti nel centrosinistra e l’Italia dei Valori a presidiare la fascia estrema).

Questa svolta, conseguita in parte per via legislativa (le soglie per l’accesso alle Camere) e in parte per via squisitamente politica (la nascita del PD e la scelta di Walter Veltroni di far correre il nuovo partito da solo – o quasi – nel 2008, seguita cronologicamente e superata in termini di consenso dall’accorpamento PDL/AN), si è accompagnata a una legge elettorale per il Parlamento di natura liberticida, tale da privare gli elettori della facoltà di scegliere i propri rappresentanti e costringerli a fare una pura scelta di partito all’interno di un orizzonte con pochi partiti.

In altre parole, le opzioni dell’elettore italiano si sono prima ridotte in termini di simboli di partito e poi sono state azzerate in termini di scelta del candidato. In questo senso la militarizzazione di parte di cui parlano nel loro pezzo Romano e Calenda è tanto indispensabile per i leader quanto disgustosa per la quota di elettorato che ha le maggiori risorse per scegliere compiutamente.

L’astensionismo non solo non solleciterà il ceto politico al cambiamento ma – al contrario – aizzerà i cacciatori di voti alla ricerca del consenso puro: il voto come fine, e non come punto di partenza per l’esercizio del governo ridurrà quest’ultimo alla semplice gestione delle clientele. Questa è la deriva cui andiamo incontro.



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Politico? No, giornalista

On. Fabrizio Cicchitto, dipendente di azienda privata

On. Fabrizio Cicchitto, dipendente di azienda privata

Nell’Italia della Casta i politicanti (giusto per affidare a un vocabolo sprezzante la sintesi della più neutrale espressione politici di professione, che personalmente preferisco) sono quanto mai impopolari. Nel senso comune sono ritenuti anche molto numerosi. A torto o a ragione? A leggere le statistiche ufficiali di Camera e Senato sembrerebbe a torto.

Secondo queste fonti, infatti, tra i nostri parlamentari i politici di professione (funzionari di partito e assidui rappresentanti del popolo in assemblee elettive) sarebbero una sparuta minoranza: 39 deputati e 15 senatori. Vogliamo includere nel conteggio i sindacalisti (operazione non azzardata, vista la permeabilità dei partiti a questi compagni di strada)? E magari gli amministratori locali, che pure a qualche partito saranno legati? Anche così arriviamo appena all’8,9% dei deputati e al 14,6% dei senatori.

Le professioni più diffuse tra i nostri parlamentari sarebbero tutt’altre: dirigenti e imprenditori, per esempio, costituirebbero la categoria più numerosa, capace di includere quasi uno su quattro tra deputati e senatori. Poi avvocati, docenti, giornalisti… altro che contrapposizione tra “casta” e società civile: nelle aule parlamentari i partiti sembrerebbero affidarsi a signori e signore prestati alla politica da ben altri impegni e dotati di ben altre competenze.

Il ricercatore però, si sa, oltre ad essere curioso è scettico per metodo. Una questione epistemologica, insomma, mica di preconcetta diffidenza. Così sono andato a verificare sotto quale professione sono rubricate alcune vecchie conoscenze della politica italiana. Massimo D’Alema (già Presidente del Consiglio dei Ministri, ministro degli Esteri, segretario e presidente di un paio dei partiti che hanno traghettato il PCI nel PD) per esempio: giornalista. Ah. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del PdL, già socialista: dipendente di azienda privata (l’informazione è autentica, vietato fare ironia). Luca Volonté, giovane democristiano e poi ex giovane UDC: libero professionista. Dario Franceschini, segretario a tempo determinato del PD: avvocato. PierFerdinando Casini, leader dell’UDC: dirigente (di che cosa?). Stranamente per il ministro Maria Rosaria Carfagna alias Mara non è indicata la professione. Boh. Il senatore Roberto Calderoli, ministro per le Riforme e braccio destro dell’altro Senatùr padano alla guida della Lega Nord: chirurgo maxillo-facciale. Gianfranco Fini, universalmente riconosciuto come il politico che gode della stima bipartisan della maggior parte degli italiani, delfino di Almirante e creatore di Alleanza Nazionale, forza di governo confluita nel PDL, già ministro della Repubblica e attualmente presidente della Camera dei Deputati: un altro giornalista.

Ma se tutti questi protagonisti della vita politica italiana sono riluttanti a segnalarsi come “politici”, perché dovrebbero i loro concittadini appassionarsi alla politica?

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Par condicio

Per chi non ricordasse le vicissitudini sexy-psicotrope dell’ex onorevole Cosimo Mele rimando al suo profilo su Wikipedia. Non mi interessa qui una lettura morale, ma quella politica: che mi suggerisce un giudizio di ipocrisia e incoerenza su un politico iscritto a un partito che – in pubblico – fa della difesa dei valori della famiglia una bandiera, salvo poi ritrovarsi – in privato – a passare le notti del suo mandato romano con due prostitute e un po’ di droga in albergo.

Onore al merito al fiuto giornalistico di Gian Antonio Stella che è andato a scovare l’ex onorevole nel suo paese natale, Carovigno, in provincia di Brindisi, dove si candida al consiglio provinciale. L’intervista sul Corriere della Sera merita.

Tre affermazioni in particolare mi sembra che vadano sottolineate. La prima è che “in Parlamento non si fa un cazzo” (letterale). Ecco, siccome lui è un industriale “del calcestruzzo” trova che lì a Roma si faccia poco, ci si annoi. Per  questo, poverino, finiva le notti in compagnia di escort. La seconda affermazione riguarda i suoi ex compagni di partito dell’Udc, criticati perché secondo lui “un partito dovrebbe difendere i suoi deputati”. A prescindere, avrebbe detto Totò… La terza: “Pensi che su Face­book è nato perfino un club ‘ammiratori di Cosimo Mele’. Con 500 iscritti”. E’ vero (anche chi non ha un account su FB può verificarlo qui), ma si sarà reso conto che lo prendono per i fondelli?!

Ecco il caso di un imprenditore che farebbe bene a continuare ad occuparsi dei suoi affari privati lasciando stare la politica.

Lex deputato Udc Cosimo Mele

L'ex deputato Udc Cosimo Mele

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Destra, sinistra o…?

Su 304 sindaci censiti come imprenditori, la stragrande maggioranza (195) è sostenuta da liste civiche di difficile collocazione nello spazio politico tradizionalmente inteso (cioè come un asse continuo destra-sinistra). Non c’è da stupirsi, perché una parte consistente dei comuni interessati ha piccole dimensioni, e nei piccoli comuni si trovano facilmente alleanze poco ortodosse come, per esempio, FI-DS (che oggi sarebbero più o meno PDL-PD) o giunte sostenute a braccetto da nazionalalleati e rifondaroli.

35 imprenditori-sindaci eletti in liste civiche sono dichiaratamente di centro-destra, 27 sono dichiaratamente di centro-sinistra, 7 dichiaratamente di centro.

Basta quindi fare due conti per realizzare che questi politici non professionisti sono associabili in modo univoco a un partito in misura minoritaria, anzi marginale, se si fa eccezione per le formazioni “territoriali” quali la Lega (che esprime 15 primi cittadini) e la SVP (8): il PDL/Forza Italia ha 3 esponenti, lo schieramento opposto ne conta 5 nelle sue varie denominazioni (DS, PD, Unione, Ulivo…), l’UDC 2 e il Movimento per le Autonomie 1. (Al conto totale mancano 6 sindaci registrati con denominazioni varie ma non esplicitamente associati a partiti o aree omogenee).

È difficile che uno di questi imprenditori-sindaci faccia appello a moti qualunquisti e quindi il fenomeno non è coincidente con il sentimento anti-politico che pervade una larga parte del Paese. Ciononostante questi protagonisti evitano di sposare esplicitamente un partito politico. Evidentemente sono consapevoli che il grado di fiducia nei partiti presso i cittadini è ai minimi storici e preferiscono non sfidare questo sentimento.

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