comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La retorica, nemica dei fatti, sul commercio globale al #G20

La retorica può essere nemica dei fatti, in diversi modi. Prendiamo il caso del dibattito sul commercio internazionale. Il presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche sulla base della promessa di salvaguardare i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale, e in particolare cinese. I partner internazionali degli Stati Uniti temono che la promessa venga attuata attraverso l’imposizione di barriere doganali, cioè dazi o comunque tasse imposte alla frontiera sui prodotti importati. E questo è male, secondo gli altri leader, perché il libero commercio viene considerato da tutti un motore della crescita economica globale. Quando i singoli Stati imponevano dazi sulle importazioni, l’innovazione si diffondeva molto più lentamente di oggi, e così i progressi sociali che si accompagnano al progresso delle tecnologie.

Eppure le dichiarazioni del presidente americano e dei suoi collaboratori suonano alle orecchie dell’uomo della strada come considerazioni di buon senso. L’amministrazione americana usa espressioni come “fairness”, “reciprocity”, “level playing field”. Chiede cioè che il commercio internazionale si svolga su basi di equità e reciprocità e che la competizione abbia luogo su un terreno livellato. In altre parole, gli americani chiedono che la Cina e gli altri paesi emergenti aprano i propri mercati ai prodotti e agli investimenti dall’estero così come gli Stati Uniti e gli altri paesi più sviluppati sono penetrabili dai prodotti e dagli investimenti dei paesi in via di sviluppo.

La richiesta di simmetria nelle condizioni del commercio appare tutt’altro che inopportuna. In fondo, è la stessa richiesta che i ministri dello sviluppo economico di Italia, Francia e Germania hanno rivolto alla Commissione europea lo scorso febbraio in merito allo shopping di aziende high-tech in Europa da parte dei fondi cinesi, nell’ambito di un’azione più ampia, comprensiva di una battaglia antidumping che il ministro Calenda conduce da tempo.

La contrapposizione tra USA e gli altri leader del G20, registrata dai media in questi mesi e nella conferenza in corso ad Amburgo, potrebbe quindi essere basata su un riflesso condizionato, una reazione alla retorica trumpiana più che alle ragioni dei lavoratori americani.

Del resto la rapidità con cui molti distretti industriali sono stati pressoché azzerati dopo l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, dalle fabbriche di pentole della Val Trompia ai produttori di scarpe marchigiani, ricorda a noi italiani quanto possa essere devastante l’impatto a breve termine della competizione subitanea tra sistemi in cui vigono strutture di costo molto diverse. L’argomento dei globalisti è che nel medio-lungo termine questi “danni collaterali” vengono compensati dagli effetti delle esportazioni verso il mercato cinese. Ma il mercato cinese è un’opportunità, non una certezza, che può essere colta in misura variabile: secondo la capacità del nostro sistema produttivo di soddisfare le esigenze di quelle centinaia di milioni di nuovi consumatori, ma anche secondo la permeabilità di quel mercato. Che dipende da barriere esplicite – quali i dazi – e da barriere implicite o nascoste, disseminate per esempio nella burocrazia, nella cultura commerciale diffusa, e a volte nell’ordinamento nazionale. Per esempio imponendo agli investitori stranieri partnership e joint venture quale condizione per stabilire attività in quei mercati.

Potrebbe quindi non essere un caso se negli ultimi giorni dal dibattito emerge una distinzione tra “protezione” e “protezionismo“. Compare nella lunga intervista di Alessandro Barbera a Benoit Coeuré pubblicata ieri online da La Stampa ma anche in alcune dichiarazioni ai media del presidente Gentiloni.

La chiave per sciogliere il contrasto e passare dalla contrapposizione retorica a una qualche intesa, e impedire quindi che si inneschi un nuovo ciclo di restrizioni al commercio globale che nessuno sembra volere, può essere costituita da un altro schema retorico, quello che oppone il bilatelarismo al multilateralismo. L’intelligencija internazionale che si è sviluppata intorno a forum quali il G20 e il G7, e che alimenta i lavori delle organizzazioni multilaterali per eccellenza come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, ritiene che lo sviluppo economico globale passi dal coordinamento simultaneo del maggior numero di soggetti coinvolti, piuttosto che da accordi intergovernativi, bilaterali. Il contrasto all’elusione fiscale su larga scala, per esempio, è possibile soltanto grazie ad accordi che fanno entrare in vigore nuove regole simultaneamente in un centinaio di paesi, mentre accordi one-to-one tra coppie di paesi si sono rivelati inefficaci.

Qui il contrasto appare radicato nella natura e nelle attitudini delle persone. Donald Trump è un businessman, un negoziatore che ha costruito il proprio successo attraverso la capacità individuale di chiudere deal con i propri interlocutori. Su basi – appunto – bilaterali. Ed è circondato da persone che hanno quel tipo di esperienza. Per contrasto, Emmanuel Macron è cresciuto a pane e multilateralismo, data la sua esperienza professionale da sherpa (gli esperti dei governi che preparano per mesi gli accordi poi ratificati nelle conferenze dei leader); Angela Merkel è cresciuta nel contesto internazionale offerto dall’Unione europea, cioè un meccanismo di relazione internazionale nato per superare gli accordi intergovernativi tra singoli stati.

L’attitudine bilateralista dell’amministrazione americana potrebbe indurre gli Stati Uniti ad adottare misure di protezione che risultino esplicitamente protezionistiche. Per evitarlo gli altri leader devono individuare misure concrete che consentano di esercitare una forma di protezione dei propri mercati (delle proprie imprese e in ultima istanza dei propri lavoratori) che non passi dal protezionismo ma piuttosto dalla maggiore apertura dei mercati di tutti i partner del G20 ai prodotti e agli investimenti dall’estero.

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Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

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Grecia-UE: tutta questione di linguaggio

Il popolo greco è prostrato dalla crisi economica e chiede soluzioni capaci di fare ripartire l’economia, per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Soluzioni più efficaci di quelle finora adottate e che non avrebbero generato gli effetti attesi [1]. Una richiesta legittima.

Gli altri popoli europei, che con le loro tasse (e il proprio debito) hanno finanziato la Grecia, chiedono la restituzione delle proprie risorse. Anche questa richiesta è legittima.

Se entrambe le richieste sono legittime, si tratta di non metterle in concorrenza ma piuttosto di trovare una soluzione capace di conciliarle. Una soluzione che soddisfi soltanto una delle richieste avrebbe conseguenze gravi per il futuro.

Se la Grecia non restituisse il prestito ricevuto dagli altri popoli europei i suoi rapporti con il resto del continente sarebbero compromessi per molti anni a venire, e le proprie capacità di finanziamento sui mercati sarebbero danneggiate forse ancora più gravemente, con il risultato che l’economia greca non potrebbe riprendersi e i cittadini greci sarebbero bloccati in condizioni di vita peggiori. Se invece la Grecia fosse forzata a restituire il finanziamento nei tempi e con le modalità contemplati dall’accordo originale, la sua economia rischierebbe di ristagnare, il debito nel suo insieme non sarebbe sostenuto dalla creazione di nuova ricchezza e l’Euro continuerebbe ad essere considerato dai mercati una scelta reversibile, con gravi conseguenze per gli stessi creditori.

Occorre dunque trovare una soluzione che consenta alla Grecia di rilanciare la crescita e mettere il rapporto debito/PIL sulla strada della contrazione e del contenimento. Una crescita non drogata da misure insostenibili nel tempo ma piuttosto basata su riforme strutturali capaci di rendere il paese competitivo e di metterlo in condizione di utilizzare al meglio le proprie specializzazioni. Ma un programma di riforme strutturali richiede tempo: tempo per disegnarle, tempo per realizzare le necessarie innovazioni legislative, tempo per implementarle e raccoglierne i frutti. Le politiche di bilancio dovrebbero accompagnare in modo coerente le riforme strutturali, cercando un equilibrio tra lo spazio fiscale indispensabile a stimolare l’economia nel breve termine e una dinamica del deficit che indichi in modo inequivocabile la volontà del Paese di non accumulare nuovo debito per spese improduttive.
Dal canto suo l’Unione europea dovrebbe apprezzare pragmaticamente la prospettiva che la Grecia esca definitivamente dalla crisi con riforme che ne avvicinino le norme e le prassi ai migliori modelli dello scenario internazionale. E tradurre questo apprezzamento in un’applicazione dei trattati flessibile, ovvero compatibile con i tempi di ripresa e di attuazione delle riforme.
In Europa oggi ci sono le condizioni per conciliare le esigenze di debitori e creditori, il cui futuro è così integrato che nessuna delle due parti può pensare di perseguire i propri interessi esclusivi a danno dell’altra. Si tratta di principi validi per tutti gli Stati membri e per l’UE nel suo insieme, oggi affermatisi anche grazie al lavoro svolto dall’Italia durante il semestre di presidenza dell’Unione [2] e all’approccio pragmatico dimostrato fin dagli esordi dalla nuova Commissione insediatasi lo scorso novembre.
Quali sono allora gli ostacoli disseminati sulla strada di una soluzione? Ora come ora hanno la consistenza delle parole: effimere e pesanti al tempo stesso. Tsipras si rivolge al proprio elettorato per confermare con coerenza l’impegno a tenere fede alle promesse fatte durante la recente campagna elettorale. Ma ogni leader nazionale ha un elettorato davanti al quale ha preso impegni, e cancellare il credito vantato nei confronti di un altro paese non fa parte di questi. Per nessuno. Anche per questo, davanti alla cortina mediatica che ha preceduto qualsiasi proposta formale del nuovo governo greco, i leader di altri Stati membri dell’Unione europea hanno opposto una cortese fermezza preventiva.
In questo modo ciascuno parla innanzitutto alla propria constituency. E che ne è del nostro destino comune di paesi che hanno aderito all’UE? L’Italia ha praticato la paziente e difficile strada della conciliazione e dell’integrazione con pragmatismo politico, competenza tecnica e responsabilità nei confronti dell’ideale europeista. Le soluzioni che ha proposto difendono il nostro Paese nella misura in cui difendono un bene comune: le istituzioni comunitarie alle quali è affidata la missione di migliorare le condizioni di vita dei cittadini europei. I principi validi per l’Italia risultano validi anche per la Germania, la Grecia e gli altri Stati membri. Questo è lo spirito con il quale si è lavorato in Europa in questi mesi.
Le dichiarazioni enfatiche servono a poco: l’UE non può essere solo sanzioni e memorandum? Nessuno dissente. Nel solco delle ovvietà antidiplomatiche qualcun altro dirà che l’UE non può accettare che non si rispettino le regole della convivenza, a partire dal mantenimento degli impegni assunti. Chi può non essere d’accordo?
Così facendo, tra Grecia ed Europa è stato eretto in pochi giorni un muro di parole. Per abbatterlo occorre affermare ciò che vogliamo che l’Europa sia, a partire da ciò che è e riconoscendo ciò che è stato già fatto, anche negli ultimi mesi. Per esempio a proposito di flessibilità nell’applicazione dei trattati attraverso linee-guida che definiscono la relazione tra ciclo economico e aggiustamento strutturale, e gli incentivi alle riforme strutturali attraverso maggiore spazio per gli investimenti.
Su tutti i problemi tecnici del caso può vincere la buona politica, quella che sa manifestare una volontà ed esprimere una scelta. E in questo caso volontà e scelte devono dare spazio alla fiducia. Come non si stanca di ripetere il ministro Padoan, le soluzioni ai problemi che ogni giorno affrontiamo come paesi che fanno parte di una Unione sovranazionale potranno essere costruite soltanto nelle sedi delle istituzioni europee, attraverso uno sforzo fiduciario. Ma la fiducia non è un dono: è una strategia, è l’effetto della determinazione, è una scelta consapevole. Nessun assegno in bianco, nessuna ingenuità. Funziona meglio delle minacce e una volta instaurata dura più a lungo. Se i giocatori muovono un passo in questa direzione, possono anche accantonare la teoria dei giochi.

Note

[1] L’insuccesso di un programma di assistenza a un Paese in difficoltà dipende da molte variabili: la qualità del programma stesso, l’efficacia nell’implementarlo, condizioni interne ed esterne che evolvono in modo imprevisto. In ogni caso i dati e l’esperienza concreta nella vita di molti cittadini greci, a distanza di anni, dicono che il programma di aiuti e assistenza non ha prodotto gli effetti attesi e gli elettori – determinando un cambio di governo – hanno manifestato la loro richiesta di un cambiamento.
[2] Il lavoro svolto dalla presidenza italiana è stato serio, puntiglioso, contrassegnato da dossier e argomentazioni tecniche più che da dichiarazioni a uso dei media, e per questa via ha tracciato il solco per un programma politico-economico di legislatura. Solo chi pensa alla presidenza di turno dell’Unione come un momento per sconvolgere a proprio esclusivo vantaggio gli assetti istituzionali comuni maturati da 28 Stati può nutrire aspettative superiori ai risultati raggiunti dall’Italia nel secondo semestre 2014.

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Al largo dal territorio dei fatti. L’Offshore di #Caizzi

La differenza tra le chiacchiere da bar e i commenti di un autorevole quotidiano dovrebbe basarsi sul riferimento ai dati di fatto e alla qualità delle fonti. Quando la nebbia del pregiudizio offusca la tastiera del reporter, ecco che lo spazio di una rubrica diventa una postazione di cecchinaggio verbale.
Ivo Caizzi usa così la rubrica Offshore sul Corriere Economia. Da mesi scrive che la presidenza italiana del Consiglio Europeo sarebbe stata inutile. E per avvalorare questo giudizio fornisce informazioni che non corrispondono ai fatti. Per esempio ignorando che il semestre di presidenza si è concluso con l’approvazione di nuove linee guida per l’utilizzo della flessibilità contemplata nei trattati europei, che mettono in relazione riforme strutturali e investimenti. Proprio come proposto dall’Italia a partire da luglio. Oppure tacendo sul lavoro della task force promossa dall’Italia a settembre, che ha permesso – con il coordinamento della Commissione Europea e della Banca Europea per gli Investimenti – di raccogliere migliaia di progetti di interesse europeo sui quali concentrare nuove iniziative per una ripresa degli investimenti su scala continentale. Infine accusando l’Italia di avere fatto un piacere al Lussemburgo, accettando che lo scambio automatico di informazioni cominciasse nel 2017. Cioè l’anno sul quale si sono allineati gli sforzi convergenti del G20 e dell’OCSE. Laddove, semmai, c’era il rischio che alcuni paesi dell’UE chiedessero di rimandare al 2018 o 2019.
Oggi Caizzi mette insieme queste ed altre distorsioni in un giudizio conclusivo. Parla di flessibilità temporanea concessa all’Italia, ma ignora che la Commissione ha adottato linee guida che valgono per tutti i paesi e cambiano significativamente l’orientamento del lavoro di monitoraggio delle finanze pubbliche nell’Unione. Sostiene che l’Italia non intende adottare un piano di rilancio analogo a quello del presidente Obama di “ingenti investimenti pubblici” – sottintendendo una evidente insipienza economica del nostro Governo – ma evidentemente ignora che all’inizio della crisi il debito pubblico degli USA era pari al 40% del PIL, mentre quello italiano sfiorava già il 100% (e quindi con ben poco spazio per un’ulteriore espansione del debito). Infine parla della legge sulla autodenuncia dei capitali detenuti all’estero come di condono/sanatoria (la cosiddetta voluntary disclosure), laddove si tratta di una procedura di regolarizzazione delle proprietà finanziarie sulle quali il contribuente deve pagare integralmente le imposte dovute quando è insorto il reddito nascosto al fisco e sui successivi guadagni. Infine parla della bozza di schema di decreto legislativo sul fisco ritirata dal Governo come di “recenti concessioni”, come se fosse effettivamente già incorso un cambiamento normativo.
Insomma, si naviga lontano del territorio della verità e dei fatti. Forse è per questo che la rubrica si chiama Offshore.

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Caro Paese membro dell’UE…

Caro Paese membro dell’Unione Europea,

se al Parlamento Europeo mandi simpatiche cantanti, se i membri del Parlamento Europeo che hai eletto si dimettono appena vedono la possibilità di tornare in Italia per fare i sindaci, i presidenti di Regione, i parlamentari nazionali, se i tuoi leader danno ogni giorno addosso all’Europa e alla “euroburocrazia”, se per tutto quello che va bene la classe dirigente nazionale si attribuisce i meriti e per tutto quello che va male addossa la responsabilità alla Commissione europea, se discuti del tuo stesso ombelico anziché delle decisioni condivise nelle sedi comunitarie, se i tuoi giornali e telegiornali raccontano l’Europa come una maestrina pronta a bacchettare anziché un club al quale abbiamo deciso volontariamente di aderire (anzi, lo abbiamo fortemente voluto e siamo tra i soci fondatori), se il linguaggio del dibattito pubblico è infarcito di luoghi comuni (“bocciature” e “bacchettate” in testa), se nessuno dice che i 2.070 miliardi di debito pubblico dell’Italia (34.500€ a testa, inclusi neonati e ultracentenari) li hanno contratti gli italiani e non la sig.ra Merkel.

Ecco, caro Paese membro dell’Unione Europea, se per anni fai tutto questo, come vuoi che votino gli elettori quando ancora non siamo fuori dal pantano della più grave crisi economica dal dopoguerra?

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Opinioni e bocciature

Bocciatura: Insuccesso di un candidato a una prova (scolastica, elettorale ecc.); il rigetto di un’iniziativa, di una legge: la b. del bilancio comunale
Opinion = Opinione: Idea, giudizio individuale, punto di vista soggettivo
[dal dizionario online Sabatini Colletti in collaborazione con Corriere.it]

Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, la Commissione ha espresso il 15 novembre scorso una “opinion” sui progetti di bilancio di 17 stati membri. Per l’Italia l’opinione della Commissione contiene alcuni rilievi critici relativi al rischio di deviazione dal percorso di riduzione del debito:

Italy has included about ¼ p.p. of GDP expenditure in the draft budgetary plan, related to the government’s intention to benefit from the so-called “investment clause”. However, as Italy does not comply with the debt criterion in 2014, this would lead to non-eligibility to the investment clause. Therefore, Italy should continue to make sufficient progress towards the MTO also in 2014, by ensuring the necessary structural adjustment. The structural balance points to a deviation in 2014 which, if repeated the following year, could be assessed to be significant and could put at risk compliance with the requirements of the preventive arm of the SGP.

In altre parole, la Commissione invita il nostro Paese a fare progressi in direzione degli obiettivi di medio termine anche nel 2014, laddove noi abbiamo optato per una deviazione temporanea che ci consenta di promuovere la crescita attraverso investimenti pubblici in infrastrutture. L’opinione della Commissione è rispettabile e rispettata, ma resta un’opinione: non è la bocciatura di cui hanno parlato i media italiani, non ci obbliga a modificare la Legge di stabilità per il 2014. Visti i risultati della finanza pubblica in corso d’anno e poi ancora nel 2015 si valuterà se il le misure prese per la riduzione del debito pubblico saranno sufficienti a tenerci sul percorso concordato oppure se si renderanno necessari altri e diversi interventi.

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“Aho’, ‘n sacco de miliaaardi” @fabriziobarca #opencoesione

Stamattina in autobus, a Roma.

Aho’ ma hai visto Servizio Pubblico? quello de Santoro? Ce stanno ‘n saacco de sovvenzioni europee e nessuno se le fila. Nun so quanti miliaaardi.

Certo, non è che aiuti proprio a comprendere, la Tv, ma a sollevare questioni sì.

Comunque se qualcuno volesse conoscere lo stato della spesa rispetto ai finanziamenti disponibili guardi qui, sul sito della Coesione territoriale.

E per conoscere il valore, lo stato d’avanzamento, i programmatori e gli attuatori dei singoli progetti, si trova tutto su http://opencoesione.gov.it.

Sapere costa un po’ di tempo e fatica, ma quando i policy maker alla Fabrizio Barca “aprono” i giacimenti informativi finalmente si può.

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Se 107 vi sembran poche

La spazzatura non occupa più le vie di Napoli. La cordata per rilevare Alitalia c’è (ma il salvataggio – forse – no). Il federalismo fiscale avanza, anche senza numeri e impregni precisi. E i costi della politica? Dov’è finito il dibattito sulla “casta” che per mesi ha dato uno scopo all’inchiostro dei giornali e sul quale si è spesa tanto generosamente quanto impropriamente l’etichetta di antipolitica?

L’articolo continua su LibMagazine.

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