comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Grecia-UE: tutta questione di linguaggio

Il popolo greco è prostrato dalla crisi economica e chiede soluzioni capaci di fare ripartire l’economia, per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Soluzioni più efficaci di quelle finora adottate e che non avrebbero generato gli effetti attesi [1]. Una richiesta legittima.

Gli altri popoli europei, che con le loro tasse (e il proprio debito) hanno finanziato la Grecia, chiedono la restituzione delle proprie risorse. Anche questa richiesta è legittima.

Se entrambe le richieste sono legittime, si tratta di non metterle in concorrenza ma piuttosto di trovare una soluzione capace di conciliarle. Una soluzione che soddisfi soltanto una delle richieste avrebbe conseguenze gravi per il futuro.

Se la Grecia non restituisse il prestito ricevuto dagli altri popoli europei i suoi rapporti con il resto del continente sarebbero compromessi per molti anni a venire, e le proprie capacità di finanziamento sui mercati sarebbero danneggiate forse ancora più gravemente, con il risultato che l’economia greca non potrebbe riprendersi e i cittadini greci sarebbero bloccati in condizioni di vita peggiori. Se invece la Grecia fosse forzata a restituire il finanziamento nei tempi e con le modalità contemplati dall’accordo originale, la sua economia rischierebbe di ristagnare, il debito nel suo insieme non sarebbe sostenuto dalla creazione di nuova ricchezza e l’Euro continuerebbe ad essere considerato dai mercati una scelta reversibile, con gravi conseguenze per gli stessi creditori.

Occorre dunque trovare una soluzione che consenta alla Grecia di rilanciare la crescita e mettere il rapporto debito/PIL sulla strada della contrazione e del contenimento. Una crescita non drogata da misure insostenibili nel tempo ma piuttosto basata su riforme strutturali capaci di rendere il paese competitivo e di metterlo in condizione di utilizzare al meglio le proprie specializzazioni. Ma un programma di riforme strutturali richiede tempo: tempo per disegnarle, tempo per realizzare le necessarie innovazioni legislative, tempo per implementarle e raccoglierne i frutti. Le politiche di bilancio dovrebbero accompagnare in modo coerente le riforme strutturali, cercando un equilibrio tra lo spazio fiscale indispensabile a stimolare l’economia nel breve termine e una dinamica del deficit che indichi in modo inequivocabile la volontà del Paese di non accumulare nuovo debito per spese improduttive.
Dal canto suo l’Unione europea dovrebbe apprezzare pragmaticamente la prospettiva che la Grecia esca definitivamente dalla crisi con riforme che ne avvicinino le norme e le prassi ai migliori modelli dello scenario internazionale. E tradurre questo apprezzamento in un’applicazione dei trattati flessibile, ovvero compatibile con i tempi di ripresa e di attuazione delle riforme.
In Europa oggi ci sono le condizioni per conciliare le esigenze di debitori e creditori, il cui futuro è così integrato che nessuna delle due parti può pensare di perseguire i propri interessi esclusivi a danno dell’altra. Si tratta di principi validi per tutti gli Stati membri e per l’UE nel suo insieme, oggi affermatisi anche grazie al lavoro svolto dall’Italia durante il semestre di presidenza dell’Unione [2] e all’approccio pragmatico dimostrato fin dagli esordi dalla nuova Commissione insediatasi lo scorso novembre.
Quali sono allora gli ostacoli disseminati sulla strada di una soluzione? Ora come ora hanno la consistenza delle parole: effimere e pesanti al tempo stesso. Tsipras si rivolge al proprio elettorato per confermare con coerenza l’impegno a tenere fede alle promesse fatte durante la recente campagna elettorale. Ma ogni leader nazionale ha un elettorato davanti al quale ha preso impegni, e cancellare il credito vantato nei confronti di un altro paese non fa parte di questi. Per nessuno. Anche per questo, davanti alla cortina mediatica che ha preceduto qualsiasi proposta formale del nuovo governo greco, i leader di altri Stati membri dell’Unione europea hanno opposto una cortese fermezza preventiva.
In questo modo ciascuno parla innanzitutto alla propria constituency. E che ne è del nostro destino comune di paesi che hanno aderito all’UE? L’Italia ha praticato la paziente e difficile strada della conciliazione e dell’integrazione con pragmatismo politico, competenza tecnica e responsabilità nei confronti dell’ideale europeista. Le soluzioni che ha proposto difendono il nostro Paese nella misura in cui difendono un bene comune: le istituzioni comunitarie alle quali è affidata la missione di migliorare le condizioni di vita dei cittadini europei. I principi validi per l’Italia risultano validi anche per la Germania, la Grecia e gli altri Stati membri. Questo è lo spirito con il quale si è lavorato in Europa in questi mesi.
Le dichiarazioni enfatiche servono a poco: l’UE non può essere solo sanzioni e memorandum? Nessuno dissente. Nel solco delle ovvietà antidiplomatiche qualcun altro dirà che l’UE non può accettare che non si rispettino le regole della convivenza, a partire dal mantenimento degli impegni assunti. Chi può non essere d’accordo?
Così facendo, tra Grecia ed Europa è stato eretto in pochi giorni un muro di parole. Per abbatterlo occorre affermare ciò che vogliamo che l’Europa sia, a partire da ciò che è e riconoscendo ciò che è stato già fatto, anche negli ultimi mesi. Per esempio a proposito di flessibilità nell’applicazione dei trattati attraverso linee-guida che definiscono la relazione tra ciclo economico e aggiustamento strutturale, e gli incentivi alle riforme strutturali attraverso maggiore spazio per gli investimenti.
Su tutti i problemi tecnici del caso può vincere la buona politica, quella che sa manifestare una volontà ed esprimere una scelta. E in questo caso volontà e scelte devono dare spazio alla fiducia. Come non si stanca di ripetere il ministro Padoan, le soluzioni ai problemi che ogni giorno affrontiamo come paesi che fanno parte di una Unione sovranazionale potranno essere costruite soltanto nelle sedi delle istituzioni europee, attraverso uno sforzo fiduciario. Ma la fiducia non è un dono: è una strategia, è l’effetto della determinazione, è una scelta consapevole. Nessun assegno in bianco, nessuna ingenuità. Funziona meglio delle minacce e una volta instaurata dura più a lungo. Se i giocatori muovono un passo in questa direzione, possono anche accantonare la teoria dei giochi.

Note

[1] L’insuccesso di un programma di assistenza a un Paese in difficoltà dipende da molte variabili: la qualità del programma stesso, l’efficacia nell’implementarlo, condizioni interne ed esterne che evolvono in modo imprevisto. In ogni caso i dati e l’esperienza concreta nella vita di molti cittadini greci, a distanza di anni, dicono che il programma di aiuti e assistenza non ha prodotto gli effetti attesi e gli elettori – determinando un cambio di governo – hanno manifestato la loro richiesta di un cambiamento.
[2] Il lavoro svolto dalla presidenza italiana è stato serio, puntiglioso, contrassegnato da dossier e argomentazioni tecniche più che da dichiarazioni a uso dei media, e per questa via ha tracciato il solco per un programma politico-economico di legislatura. Solo chi pensa alla presidenza di turno dell’Unione come un momento per sconvolgere a proprio esclusivo vantaggio gli assetti istituzionali comuni maturati da 28 Stati può nutrire aspettative superiori ai risultati raggiunti dall’Italia nel secondo semestre 2014.

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Al largo dal territorio dei fatti. L’Offshore di #Caizzi

La differenza tra le chiacchiere da bar e i commenti di un autorevole quotidiano dovrebbe basarsi sul riferimento ai dati di fatto e alla qualità delle fonti. Quando la nebbia del pregiudizio offusca la tastiera del reporter, ecco che lo spazio di una rubrica diventa una postazione di cecchinaggio verbale.
Ivo Caizzi usa così la rubrica Offshore sul Corriere Economia. Da mesi scrive che la presidenza italiana del Consiglio Europeo sarebbe stata inutile. E per avvalorare questo giudizio fornisce informazioni che non corrispondono ai fatti. Per esempio ignorando che il semestre di presidenza si è concluso con l’approvazione di nuove linee guida per l’utilizzo della flessibilità contemplata nei trattati europei, che mettono in relazione riforme strutturali e investimenti. Proprio come proposto dall’Italia a partire da luglio. Oppure tacendo sul lavoro della task force promossa dall’Italia a settembre, che ha permesso – con il coordinamento della Commissione Europea e della Banca Europea per gli Investimenti – di raccogliere migliaia di progetti di interesse europeo sui quali concentrare nuove iniziative per una ripresa degli investimenti su scala continentale. Infine accusando l’Italia di avere fatto un piacere al Lussemburgo, accettando che lo scambio automatico di informazioni cominciasse nel 2017. Cioè l’anno sul quale si sono allineati gli sforzi convergenti del G20 e dell’OCSE. Laddove, semmai, c’era il rischio che alcuni paesi dell’UE chiedessero di rimandare al 2018 o 2019.
Oggi Caizzi mette insieme queste ed altre distorsioni in un giudizio conclusivo. Parla di flessibilità temporanea concessa all’Italia, ma ignora che la Commissione ha adottato linee guida che valgono per tutti i paesi e cambiano significativamente l’orientamento del lavoro di monitoraggio delle finanze pubbliche nell’Unione. Sostiene che l’Italia non intende adottare un piano di rilancio analogo a quello del presidente Obama di “ingenti investimenti pubblici” – sottintendendo una evidente insipienza economica del nostro Governo – ma evidentemente ignora che all’inizio della crisi il debito pubblico degli USA era pari al 40% del PIL, mentre quello italiano sfiorava già il 100% (e quindi con ben poco spazio per un’ulteriore espansione del debito). Infine parla della legge sulla autodenuncia dei capitali detenuti all’estero come di condono/sanatoria (la cosiddetta voluntary disclosure), laddove si tratta di una procedura di regolarizzazione delle proprietà finanziarie sulle quali il contribuente deve pagare integralmente le imposte dovute quando è insorto il reddito nascosto al fisco e sui successivi guadagni. Infine parla della bozza di schema di decreto legislativo sul fisco ritirata dal Governo come di “recenti concessioni”, come se fosse effettivamente già incorso un cambiamento normativo.
Insomma, si naviga lontano del territorio della verità e dei fatti. Forse è per questo che la rubrica si chiama Offshore.

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Caro Paese membro dell’UE…

Caro Paese membro dell’Unione Europea,

se al Parlamento Europeo mandi simpatiche cantanti, se i membri del Parlamento Europeo che hai eletto si dimettono appena vedono la possibilità di tornare in Italia per fare i sindaci, i presidenti di Regione, i parlamentari nazionali, se i tuoi leader danno ogni giorno addosso all’Europa e alla “euroburocrazia”, se per tutto quello che va bene la classe dirigente nazionale si attribuisce i meriti e per tutto quello che va male addossa la responsabilità alla Commissione europea, se discuti del tuo stesso ombelico anziché delle decisioni condivise nelle sedi comunitarie, se i tuoi giornali e telegiornali raccontano l’Europa come una maestrina pronta a bacchettare anziché un club al quale abbiamo deciso volontariamente di aderire (anzi, lo abbiamo fortemente voluto e siamo tra i soci fondatori), se il linguaggio del dibattito pubblico è infarcito di luoghi comuni (“bocciature” e “bacchettate” in testa), se nessuno dice che i 2.070 miliardi di debito pubblico dell’Italia (34.500€ a testa, inclusi neonati e ultracentenari) li hanno contratti gli italiani e non la sig.ra Merkel.

Ecco, caro Paese membro dell’Unione Europea, se per anni fai tutto questo, come vuoi che votino gli elettori quando ancora non siamo fuori dal pantano della più grave crisi economica dal dopoguerra?

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Opinioni e bocciature

Bocciatura: Insuccesso di un candidato a una prova (scolastica, elettorale ecc.); il rigetto di un’iniziativa, di una legge: la b. del bilancio comunale
Opinion = Opinione: Idea, giudizio individuale, punto di vista soggettivo
[dal dizionario online Sabatini Colletti in collaborazione con Corriere.it]

Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, la Commissione ha espresso il 15 novembre scorso una “opinion” sui progetti di bilancio di 17 stati membri. Per l’Italia l’opinione della Commissione contiene alcuni rilievi critici relativi al rischio di deviazione dal percorso di riduzione del debito:

Italy has included about ¼ p.p. of GDP expenditure in the draft budgetary plan, related to the government’s intention to benefit from the so-called “investment clause”. However, as Italy does not comply with the debt criterion in 2014, this would lead to non-eligibility to the investment clause. Therefore, Italy should continue to make sufficient progress towards the MTO also in 2014, by ensuring the necessary structural adjustment. The structural balance points to a deviation in 2014 which, if repeated the following year, could be assessed to be significant and could put at risk compliance with the requirements of the preventive arm of the SGP.

In altre parole, la Commissione invita il nostro Paese a fare progressi in direzione degli obiettivi di medio termine anche nel 2014, laddove noi abbiamo optato per una deviazione temporanea che ci consenta di promuovere la crescita attraverso investimenti pubblici in infrastrutture. L’opinione della Commissione è rispettabile e rispettata, ma resta un’opinione: non è la bocciatura di cui hanno parlato i media italiani, non ci obbliga a modificare la Legge di stabilità per il 2014. Visti i risultati della finanza pubblica in corso d’anno e poi ancora nel 2015 si valuterà se il le misure prese per la riduzione del debito pubblico saranno sufficienti a tenerci sul percorso concordato oppure se si renderanno necessari altri e diversi interventi.

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Perle ai porci

Questo potete leggerlo qui, ma vi consiglio di andare a cercarlo su LibMagazine dove troverete anche le fotografie di Nic’s Pics, lo Speakeasy di Michael Mazzei, la vignetta e i commenti cinematografici di Ciro Monacella, gli articoli di Piero dell’Olivo sulla manovra anticrisi, uno speciale sulla strage di Mumbay e molto altro. Buona lettura.

“Quando c’è un bando di finanziamento noi siamo una macchina da guerra, la macchina comunale si è abituata alla nostra metodologia di lavoro” (imprenditore-sindaco, Piemonte, centro-destra).

Forse non tutti sanno che l’Unione Europa stanzia fondi per i Paesi comunitari e in particolare per la aree svantaggiate. Lo fa secondo cicli di programmazione che durano sette anni: il primo ciclo è andato dal 2000 al 2006 e attualmente è in vigore il ciclo 2007-2013. Per un Paese come il nostro sempre a caccia di risorse, e in anni come questi di affanno dell’economia, verrebbe da pensare che le amministrazioni pubbliche si facciano una concorrenza spietata per accedere ai fondi comunitari. Non è così.

Poche settimana fa il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola registrava che le Regioni del Sud avevano impegnato soltanto l’86% delle risorse previste dal “vecchio” stanziamento di fondi strutturali europei per il periodo 2000-2006. Al Sud mancano le infrastrutture ma gli Enti Locali non sono capaci di adoperare le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea con il rischio concreto della restituzione di 6 miliardi di euro a causa del meccanismo di disimpegno automatico dei fondi.

Negli stessi giorni il presidente della delegazione italiana nel gruppo Pse al Parlamento europeo, Gianni Pittella, già denunciava gravi ritardi nell’utilizzo delle risorse del nuovo piano 2007-2013, perché a quasi due anni dalla sua entrata in vigore le regioni del Sud avevano impegnato soltanto lo 0,3% degli stanziamenti assegnati. E se entro la fine del 2009 non saranno rispettate le scadenze l’Italia perderà un’altra tranche di 6 miliardi di euro.

E la nostra Università così maltrattata, sulla quale pende la spada di Damocle di pesanti tagli finanziari? Sul Corriere della Sera l’economista Nicola Rossi racconta che fra il 2000 e il 2006 l’Italia ha avuto a disposizione 3 miliardi di fondi comunitari da destinare alla ricerca, in buona parte gestiti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con l’obiettivo di incrementare l’incidenza della spesa in Ricerca e Sviluppo sul PIL nel Mezzogiorno dallo 0,76% del 2000 a un più congruo 1,3% nel 2006. Secondo i dati citati da Rossi, nel 2006 l’incidenza era passata appena allo 0,8% e il numero complessivo dei brevetti (indicativo della creatività tecnico-scientifica) leggermente diminuito. Per il ciclo 2007-2013 i fondi comunitari disponibili sono triplicati: 9 miliardi di euro.

“Abbiamo fatto pratiche per finanziamenti europei e regionali per tutti questi comuni, ricevendo un mare di soldi, perché io seguivo personalmente le pratiche con un geometra molto bravo che veniva dal mio Comune” (imprenditore ex-sindaco indipendente, che si è inventato una società di diritto privato partecipata dai piccoli comuni della sua zona per aiutarli a gestire l’accesso ai fondi). Ma si sa, non vorremo pensare che il rifacimento di qualche piazza, la costruzione di qualche scuola di provincia e la sistemazione dei sentieri di montagna possano insegnare qualcosa ai grandi timonieri che guidano ministeri e Regioni?

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Ma dov'è questa crisi?

Abbiamo fatto pratiche per finanziamenti europei e regionali per tutti questi comuni, ricevendo un mare di soldi, perché io seguivo personalmente le pratiche con un geometra molto bravo che veniva dal mio Comune” (imprenditore ex-sindaco indipendente, che si è inventato una società di diritto privato partecipata dai piccoli comuni della sua zona per aiutarli a gestire l’accesso ai fondi)

In tempi di crisi ti aspetti che sulle poche risorse disponibili si accalchino come mosche sul miele anche gli Enti Locali ai quali la Finanziaria taglia i trasferimenti.

E allora chiediamoci come sia possibile che ad oggi le Regioni dell’Italia meridionale abbiano utilizzato soltanto lo 0,3% dei fondi comunitari del ciclo di pogrammazione 2007-2013 come denuncia il capo-gruppo della delegazione italiana del Pse al Parlamento Europeo, Gianni Pittella. E che – come denuncia il ministro Scajola – nel ciclo di programmazione precedente, 2000-2006, i fondi disponibili siano stati utilizzati soltanto all’84%, con il rischio di “perdere” finanziamenti per una cifra tra 3 e 9 miliardi di euro?

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"Bamboccioni" a chi?

Un’altra smentita alla tesi che la società italiana sia percorsa da una forte corrente antipolitica viene da una ricerca dell’Unione Europea (curata in Italia dall’Agenzia Nazionale per i Giovani) secondo la quale i giovani italiani sono più attenti alle questioni sociali di quanto lo siano in media i giovani europei e manifestano un interesse più spiccato alla politica rispetto ai coetanei di altri paesi. L’11% dei giovani con meno di 30 anni risulta iscritto a un partito politico. Pochi? Tanti? La media europea è del 5%. 3 su 4 di loro esercitano il proprio diritto di voto (la media europea è del 62%), quasi 1 su 3 dichiara interesse per la politica nazionale (29% contro 19% della media europea).
I nostri ragazzi, che un ministro della Repubblica ha etichettato come “bamboccioni” in un intervento istituzionale in un’aula parlamentare, al momento di crearsi una vita autonoma dalla famiglia di origine si trovano evidentemente ad affrontare problemi reali e non soltanto cattive abitudini.
La politica politicante attribuisce sentimenti impropri ai moti di insofferenza che emergono dal corpo sociale. Ancora una volta, ciò che viene definito come antipolitica sembra essere un desiderio di politica “altra”, di qualcosa di diverso dalla prassi autoreferenziale alla quale sono dediti i politici italiani.

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