comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Al #referendum di domenica voterò “sì”

Non sono un esperto costituzionalista e del resto agli elettori non si chiede questa competenza. Però mi sono fatto un’idea della riforma in generale e di alcuni punti in particolare. 


Sul piano generale, direi culturale, la riforma è un cambiamento con lo scopo dichiarato di rendere il Paese più semplice e più veloce. Cambiamento, semplicità, velocità: non c’è dubbio che siano obiettivi da perseguire in Italia più che altrove. Si può discutere se questa riforma consegua gli obiettivi dichiarati. E il giudizio è oggettivamente difficile, dato che anche gli “esperti” si dividono tra no e sì. 

Sul piano specifico mi sembra però incontrovertibile che oggi ci sono due camere parlamentari che danno la fiducia al Governo, mentre la riforma riserva questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. Mi sembra altrettanto indiscutibile che oggi ci sono 315 senatori che godono di indennità, rimborsi e altre forme di reddito a valere sulle casse pubbliche, mentre la riforma riduce il numero dei senatori a cento, ai quali non viene riconosciuta alcuna indennità. Questi cento senatori probabilmente dovranno ricevere qualche rimborso spese ma il costo per lo Stato sarà sensibilmente più basso rispetto agli attuali 315, dato che le indennità saranno cancellate, così come le spese per gli assistenti, mentre le spese di rimborso saranno molto ridotte e le spese di funzionamento del Senato dovranno essere adeguate alla minore intensità e al minor numero di senatori.

Ma l’aspetto della riforma che più mi convince è l’intervento sulla distinzione di competenze tra Regioni e Stato. È un aspetto della riforma importante sul piano economico, non tanto e non solo per i risparmi che produce ma perché restituisce al Governo le chiavi per mettere in moto la macchina della crescita economica. Il Governo potrà così finalmente varare una politica nazionale per il turismo: che spreco per un paese ricco di un patrimonio ineguagliabile come il nostro non poter promuovere in modo organico e con una strategia complessiva il territorio nazionale. La competenza esclusiva allo Stato restituirà al Governo questa possibilità. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: la competenza esclusiva consentirà al Governo di mettere in campo un piano nazionale per le infrastrutture strategiche, evitare la competizione inefficiente tra le Regioni, massimizzare le opportunità suddividendole tra i territori e concentrando su ciascuna le necessarie risorse finanziarie.

Tra gli effetti della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione merita un posto speciale il passaggio allo Stato della competenza sulle politiche attive del lavoro. La nostra Costituzione poggia sul pilastro del bellissimo articolo 1: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

L’interpretazione che io do dell’articolo 1 è questa: in Italia non contano il censo, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, l’origine sociale perché il lavoro dà a ciascuno pari dignità. Mi sembra poetico e potente al tempo stesso. Però questo riconoscimento non individua strumenti per la realizzazione di questa condizione di dignità. Ebbene, il nuovo articolo 117 inserisce le politiche attive del lavoro nella Costituzione e impegna i governi ad adottarle per promuovere l’occupazione. L’evoluzione di questi anni, inclusa la riforma del mercato del lavoro e in particolare la componente che riguarda proprio le politiche attive del lavoro, cambia paradigma rispetto a un passato nel quale veniva preservato il reddito ma non il lavoro. Gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione tenevano in vita un legame fittizio tra lavoratori senza lavoro e imprese decotte, sopravvissute soltanto nei faldoni di qualche curatore fallimentare, come pretesto per erogare un reddito, senza alcuna prospettiva per il futuro. Con la riforma – e in particolare con le scelte politiche che diventano fino in fondo operative, come l’introduzione del reddito di inclusione – si riconosce un sostegno al reddito delle persone che corrono il rischio di scivolare nella povertà ma lo si associa a strumenti e allo sforzo per entrare o tornare nel mondo del lavoro.

Quindi: un sì convinto per una riforma che riduce i costi della politica e migliora le potenzialità dell’intervento del Governo nel campo della crescita economica. Eppure confesso che questo giudizio nasce da un pregiudizio positivo nei confronti dell’azione del governo (alla quale, nel mio piccolo, dalla trincea operativa dell’amministrazione pubblica, cerco di dare un contributo). Immagino che se mi fossi trovato in una diversa condizione avrei potuto maturare un pregiudizio diverso e di conseguenza la lettura della riforma avrebbe potuto condurmi a conclusioni diverse*.

Per questo non biasimo nessuno dei miei amici che votano “no”, così come non ho nulla contro tutti coloro che voteranno diversamente da me. Il comportamento di voto nasce del resto sempre così: l’identificazione in un soggetto individuale o collettivo, la sensazione di affinità con un leader, la fiducia in un opinion maker al quale delegare il compito di capire e segnalare cosa sia giusto fare. Il caso ha – come in tutte le vicende della vita – un suo ruolo. È l’insostenibile leggerezza dell’essere, che può essere letta anche come il valore immenso della sequenza di coincidenze che ci colloca qui e ora. E a questo valore deve corrispondere il senso di responsabilità per le proprie azioni.

Voto sì quindi anche perché credo che l’azione dell’esecutivo in questi mille giorni stia smontando i tantissimi congegni culturali e giuridici che hanno imbrigliato la libertà di pensiero e di azione degli italiani. 

Comunque vada, lunedì il sole sorgerà ancora. Se vince il “no” sarà difficile pensare a un qualunque obiettivo che contempli un serio cambiamento del Paese. Se vince il “sì” ci sarà molto da fare per dare attuazione ai principi cui si ispira la riforma ma la nostra comunità nazionale riceverà una straordinaria spinta verso l’innovazione perché tutti sapremo che cambiare si può.

Un po’ diriferimenti:

(*) O qualcuno si illude che ciascun elettore maturi un convincimento basato razionalmente su di una disamina oggettiva di tutti i pro e i contro?

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La sconfitta

Ha ragione Umberto Ambrosoli: inutile spaccare il pelo in quattro, abbiamo perso. Ma le ragioni della sconfitta vanno individuate. Le ragioni politiche vengono da molto lontano, e parlarne significa esprimere opinioni senza il supporto di evidenze sufficienti. Le ragioni tecniche possono essere invece identificate più facilmente.

La prima ragione è il tempo: 3-4 settimane per proporre la candidatura alle primarie; altre 8 settimane per arrivare alle elezioni. Troppo poco. Giuliano Pisapia cominciò a lavorare per le comunali di Milano, che si tennero a inizio maggio 2011, dal luglio del 2010: quasi un anno per battere – quartiere per quartiere – una città.

La seconda ragione è legata alle risorse economiche: insufficienti. Con poco tempo a disposizione, un budget robusto avrebbe potuto aiutare a recuperare il divario di notorietà. Le affissioni negli spazi commerciali finché la legge lo consente e poi le plance elettorali avrebbero fatto conoscere il volto e il nome del candidato a quegli elettori meno attenti all’informazione, a quelli che non leggono i giornali e guardano poco o con minore attenzione i telegiornali e le trasmissioni televisive di informazione politica.

La terza ragione riguarda i contenuti e gli stili della comunicazione. Ambrosoli ha potuto, con il supporto di decine di esperti e accademici, sviluppare un progetto di governo – non un programma elettorale, proprio un piano di impegni per governare la Regione – che aveva due focus: il lavoro e la riduzione dei costi della politica. In termini più precisi: l’impegno a sostenere attivamente le imprese e lo sviluppo economico in modo da creare 300mila posti di lavoro (facendo così salire l’occupazione dal 65 al 70%, con un forte incremente dell’occupazione femminile), e l’abbattimento dei compensi a consiglieri assessori e presidente della Giunta (un orientamento accompagnato da un più ampio impegno a garantire comportamenti irreprensibili). Una buona sintesi, una sintesi realistica, concreta. Certo con quel requisito di “realizzabilità” che caratterizza gli impegni che i leader intellettualmente onesti accettano di dichiarare come “concessione” alla esigenza di sintesi che la comunicazione di massa impone.

Dall’altra parte, il “combinato disposto” della promessa di Maroni di trattenere in Lombardia il 75% delle tasse e quella di Berlusconi di restituire l’IMU hanno fatto presa. Non sappiamo se siano credibili (Maroni probabilmente tra qualche mese spiegherà che “è colpa di Roma” se non può ottenere quello che ha promesso in campagna elettorale, mentre Berlusconi non avrà la responsabilità del Governo e quindi non dovrà giustificare la mancata restituzione dell’IMU) ma sicuramente sono efficaci. Come tutte le favole. E hanno premiato Maroni nelle aree più periferiche della Regione, dove è maturata la sua vittoria.

Infatti il dato che emerge con maggiore forza da una prima occhiata all’andamento del voto è la divaricazione tra grandi centri urbani e aree rurali e montane: Ambrosoli ha prevalso in 11 capoluoghi di provincia su 12, insomma tutti tranne Varese, la città del leader leghista. Con uno scarto che va dal punto di Como ai 14 di Milano fino ai 20 di Mantova. Eppure non è bastato.

Attenzione, però: non si tratta di distinguere tra cultura “alta” e cultura “bassa”. Non basta evocare la differenza nei tassi di lettura dei giornali tra centri urbani e provincia. Si tratta di distinguere tra modelli cognitivi, tra modi di organizzare la propria percezione della realtà. Modi diversi che definiscono diversamente il perimetro della realtà stessa. Tra i ceti urbani è più elevata la disponibilità a considerare rilevanti questioni dalle quali non si è toccati direttamente e concretamente. Se a Milano ci si chiede come sia possibile che dopo gli scandali nella sanità e la penetrazione della ‘ndrangheta sia stata premiata un’offerta politica di continuità con l’amministrazione uscente di Formigoni, a Moniga del Garda si limitano a constatare che quando chiamano il CUP per prenotare una visita specialistica in ospedale l’appuntamento viene fissato in modo efficiente e in tempi ragionevoli. E quando sentono parlare di ‘ndrangheta pensano alla Calabria e a uomini tozzi con la coppola in testa che in piazza San Martino non hanno mai visto.

In altre parole non si sentono toccati e investiti dall’allarme sulle questioni etiche, che sembrano poter avere un impatto sulla propria realtà e sulla propria esperienza quotidiana solo marginale e comunque indiretto. Mentre la restituzione dell’IMU, una riduzione delle imposte, la cancellazione del bollo auto hanno un impatto diretto sul proprio portafoglio.

Insomma a fare la differenza, in Lombardia, potrebbe essere stato quel voto d’opinione che potremmo definire “pragmatico”, “di interesse” o “utilitaristico”. Insieme alla stima per la figura personale di Roberto Maroni e ad una parte di voto irriducibilmente identitario (leghista e berlusconiano), avrebbe contribuito a superare il voto per Ambrosoli. Che a sua volta ha goduto, oltre al voto identitario della base PD, di un voto d’opinione che potremmo chiamare “valoriale” o “consapevole” (degli effetti indiretti delle storture collusive delle precedenti amministrazioni).

forteperchelibero

La conclusione non assolve nessuno, ma punta il dito su un dato dal quale non si può prescindere: chiunque si occupi di comunicazione di massa sa che il successo di una proposta è saldamente legato alla notorietà. E’ la notorietà il requisito fondamentale per conquistare il consenso. Quando Umberto Ambrosoli ha cominciato questa avventura politica aveva una notorietà pari a un terzo di quella di Maroni. Ha recuperato tantissimo. Ma non ha avuto tempo sufficiente per il sorpasso. E’ una lezione per un’intera classe dirigente: il consenso non si costruisce in 8 settimane. E’ bene che si cominci domattina a lavorare per il prossimo giro.

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Voto e consumi: opportunità predittive?

C’è relazione tra consumi e voto? Anzi, la dico più tecnicamente: esistono correlazioni tali da rendere l’analisi dei comportamenti di consumo utili a fini predittivi dell’andamento elettorale?

Ce lo siamo chiesti lunedì sera nel terzo incontro che Civicom ha dedicato all’analisi della crisi attraversata dal sistema politico: #cantieremilanoitalia (il titolo attribuito al ciclo di incontri è mutuato dal volume di Stefano Rolando “La buonapolitica”, Rubbettino editore). Abbiamo invitato Maurizio Cavazzan, direttore marketing e comunicazione di Coop Lombardia, a raccontarci che cosa emerge dall’analisi comparata tra propensione al consumo nei punti vendita Coop e comportamento elettorale nei territori che ospitano i centri commerciali stessi.

Stimoli, provocazioni, esercizi per fissati del marketing politico, senza le pretesa di un’analisi rigorosamente scientifica. E tuttavia ne escono fuori due variabili interessanti e tra loro opposte: la propensione alle promozioni (e quindi ai prodotti “di primo prezzo”, ai prodotti con il marchio dell’insegna) da una parte e quella verso i prodotti di qualità e a contenuto etico-sociale (filiera corta, commercio solidale, produzioni biologiche) dall’altra. A Cantù – dove prevale l’orientamento elettorale verso il centrodestra – vince la prima, a Sesto San Giovanni – dove prevale l’orientamento elettorale verso il centrosinistra – vince la seconda.

Ovviamente questa constatazione non esprime un rapporto causa-effetto. Ci sono altre variabili che possono essere causa di entrambi gli effetti (di consumo e di voto) e variabili intervenienti nel rapporto tra queste: il reddito e la scolarità, per esempio. Le sub-culture locali (per dirla con Diamanti). Il tessuto produttivo. Anche laddove – nonostante la crisi – il reddito tiene, per esempio, ci sarà differenza tra un’area dove è molto forte l’impiego pubblico e quella dove è preponderante l’occupazione in un settore manifatturiero sul futuro del quale la crisi addensa nuove nubi.Eppure lo stimolo è interessante, perché il monitoraggio dei comportamenti di consumo può dirci qualcosa di più attendibile dei sondaggi demoscopici (ormai ci vogliono 8 telefonate per fare un’intervista, e nessuno può dire a. se l’intervistato dice quello che pensa e b. se fa quello che dice) e più dinamicamente aggiornabile delle analisi che mettono in relazione variabili descrittive come il reddito e la scolarità (rilevate e stimate dall’ISTAT, utili a individuare trend di lungo periodo ma insufficienti a cogliere le fluttuazioni del clima d’opinione).

Nel 2006, l’allora direttore generale della Rai Agostino Saccà sostenne che i dati dell’Auditel indicavano chiaramente la rimonta clamorosa del Cavaliere, che infatti riuscì quasi ad azzerare il vantaggio di cui era accreditato Romano Prodi. Chissà che studiando i comportamenti di consumo in una serie storica sufficientemente lunga non riusciamo ad anticipare l’esito del voto del 2013…

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Ringraziamenti/5

Quando si parla di competizione elettorale spunta immancabile il sondaggio: quanti punti abbiamo? Che percentuale hanno gli altri? Quando la rilevazione è partita comincia l’attesa: sono arrivati i dati? Quando arrivano? Abbiamo buone notizie?
Il problema è che spesso i dati non sono affidabili. Perché i metodi di rilevazione fanno ormai fatica a intercettare un campione rappresentativo dell’intero elettorato, e allora è necessario ponderare i risultati. Su quale base? Sulle serie storiche, ovviamente. E in presenza di una discontinuità? Beh, allora le ponderazioni non funzionano e le stime risultano sbagliate.
Durante i cinque mesi di campagna elettorale che hanno portato Giuliano Pisapia a Palazzo Marino, abbiamo utilizzato diverse fonti, ma soprattutto abbiamo fatto molte analisi: non ci siamo fermati alle “intenzioni di voto”. Questo ci ha permesso di intuire che un’onda si stava sollevando e che a Milano si poteva vincere.
Devo dire grazie allora ad Alessandro Amadori di Coesis e a Luca Comodo di Ipsos per il supporto analitico delle rispettive società ma anche a Luigi Ferrari per le “letture” semiologiche della nostra comunicazione visiva, a Stefano Draghi per l’elaborazione originale e specifica dei dati, a Paolo Natale per l’analisi dei flussi, a Davide Corritore e ad SWG per il continuo e rassicurante fluire dei dati degli ultimi giorni.
L’analisi dell’opinione in campagna elettorale serve e come. Molto più delle intenzioni di voto. E non è un paradosso.

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La deriva prossima

Ieri è comparso sul sito di ItaliaFutura un editoriale a firma congiunta del direttore della fondazione, Andrea Romano, e di Carlo Calenda. Vi sostengono, gli autori, che l’astensionismo alle consultazioni elettorali non sia più da giudicare, com’è accaduto in tempi recenti, una manifestazione di qualunquismo. Al contrario, nella drammatica – o comica – situazione attuale (non si cita mai abbastanza l’affermazione di Flaiano secondo il quale in Italia la situazione può essere “grave, seria, mai!”), l’astensionismo costituirebbe una rispettabile posizione di distacco. Quella che Hirschmann definì come l’opzioni exit tra le possibili, qui e adesso sarebbe non solo legittima ma soprattutto dotata di un senso – e un ruolo – politico.

Temo però che quote crescenti di astensione siano la prospettiva fisiologica del nostro sistema politico, dopo la svolta in direzione bipolare (un bipolarismo simmetrico a 5 gradi: la Lega all’estrema destra, il PDL su cui si concentra la maggior parte del voto di centrodestra – almeno nelle medie nazionali, perché in alcune aree del Nord la Lega è destinata ad avere la meglio – l’UDC equilibrista al centro, quindi al polo opposto, simmetricamente, il PD a raccogliere le quote prevalenti nel centrosinistra e l’Italia dei Valori a presidiare la fascia estrema).

Questa svolta, conseguita in parte per via legislativa (le soglie per l’accesso alle Camere) e in parte per via squisitamente politica (la nascita del PD e la scelta di Walter Veltroni di far correre il nuovo partito da solo – o quasi – nel 2008, seguita cronologicamente e superata in termini di consenso dall’accorpamento PDL/AN), si è accompagnata a una legge elettorale per il Parlamento di natura liberticida, tale da privare gli elettori della facoltà di scegliere i propri rappresentanti e costringerli a fare una pura scelta di partito all’interno di un orizzonte con pochi partiti.

In altre parole, le opzioni dell’elettore italiano si sono prima ridotte in termini di simboli di partito e poi sono state azzerate in termini di scelta del candidato. In questo senso la militarizzazione di parte di cui parlano nel loro pezzo Romano e Calenda è tanto indispensabile per i leader quanto disgustosa per la quota di elettorato che ha le maggiori risorse per scegliere compiutamente.

L’astensionismo non solo non solleciterà il ceto politico al cambiamento ma – al contrario – aizzerà i cacciatori di voti alla ricerca del consenso puro: il voto come fine, e non come punto di partenza per l’esercizio del governo ridurrà quest’ultimo alla semplice gestione delle clientele. Questa è la deriva cui andiamo incontro.



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Non capisco

Francamente non capisco i commenti che vengono dagli esponenti del centrosinistra e da una parte della stampa. Franceschini ha parlato addirittura di “inizio del declino della destra”. Ma come si fa? Ma come si fa a pensare che per tenere alto il morale delle truppe si debba negare la realtà?

La realtà dice che prime delle elezioni il centrosx guidava 25 comuni capoluogo contro i 5 del centrodx. Adesso sono 16 contro 14 (cioè: 9 comuni sono passati dal centrosinistra al centrodestra). Prima delle elezioni il centrosx guidava 50 province contro 9 del centrodestra. Adesso sono 28 contro 34 (comprese le 3 province di nuova istituzione).

Prato nella rossissima Toscana: la Provincia è rimasta al centrosinistra per 1.897 voti, il Comune invece è andato all’imprenditore di Sasch, Roberto Cenni, centrodestra. E sempre in Toscana Firenze è rimasta al centrosinistra probabilmente solo grazie al coraggio di Matteo Renzi, che ha sfidato l’establishment del partito e ha raccolto il consenso delle primarie.

Ecco, millini piombini ecc.: che vi piaccia o meno il Renzi, ha contribuito ha dimostrare che in politica paga il coraggio.

Matteo Renzi, neosindaco di Firenze

Matteo Renzi, neosindaco di Firenze

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Voto disgiunto anche in Sardegna?

Abbiamo parlato di voto disgiunto a proposito dell’imprenditore del PD eletto sindaco di Velletri lo stesso giorno in cui i suoi concittadini votavano per due terzi a favore di un parlamento di centrodestra.

Nelle prime sezioni scrutinate in Sardegna, a Sassari, l’ex presidente della Regione Renato Soru sarebbe in vantaggio sul principale contendente Ugo Cappellacci con la maggioranza assoluta delle preferenze ma le liste che lo sostengono non supererebbero il 46% dei consensi.

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