comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Niente di nuovo sotto il sole

Riprende la regolare pubblicazione di LibMagazine in e-dicola, più bello che pria, dal quale traggo il pezzo di inizio anno dalla consueta rubrica Sindaco SpA.

Tutte le lotte tra i partiti non si svolgono soltanto per fini oggettivi, ma anche e soprattutto per il patronato delle cariche. In Germania tutti i contrasti tra le aspirazioni particolaristiche e centralistiche gravitano anche e soprattutto intorno al problema di quali poteri – di Berlino o di Monaco, di Karlsruhe, di Dresda – debbano controllare il patronato delle cariche. I ridimensionamenti nella partecipazione alla distribuzione delle cariche vengono vissuti dai partiti come uno scacco ben più grave di qualsiasi insuccesso rispetto ai loro fini oggettivi. In Francia un’infornata di prefetti a opera di un partito politico è sempre stata considerata come un sovvertimento maggiore e ha provocato più chiasso di un cambiamento del programma di governo, il quale ha un significato quasi meramente retorico.

Così accade che si contrappongono l’un l’altro partiti privi di principi, pure organizzazioni di cacciatori di posti, le quali elaborano i propri programmi per le singole campagne elettorali a seconda della possibilità di raccogliere voti. Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati.

Ci troviamo in presenza di “un’impresa di partito” organizzata dai vertici fino alla base, sostenuta anche da circoli estremamente saldi e organizzati, i quali puntano in modo esclusivo a realizzare profitti mediante il controllo politico soprattutto delle amministrazioni comunali, che costituiscono le più importanti fonti di lucro.

Il seguito del partito, soprattutto i funzionari, si aspettano ovviamente dalla vittoria del proprio capo un compenso personale: cariche o altri vantaggi. E se lo aspettano da lui, e non – o non soltanto – dai singoli parlamentari: questo è l’elemento decisivo. Essi si aspettano soprattutto che l’efficacia demagogica della personalità del capo nella lotta elettorale porti al partito il più possibile di voti e mandati, e quindi potere, e attraverso di esso la possibilità per i suoi seguaci di ottenere per sé lo sperato compenso.

Per questo è decisiva soprattutto la potenza del discorso demagogico, all’epoca presente, ove si opera assai frequentemente con mezzi puramente emozionali. Si può con buone ragioni definire l’attuale situazione come “una dittatura che si fonda sullo sfruttamento dell’emotività delle masse”. Qual è stato dunque l’effetto dell’intero sistema? Che oggi i parlamentari, con l’eccezione di alcuni membri del gabinetto (e di alcuni indipendenti irriducibili), di regola non sono altro che un gregge di votanti ben disciplinati.

Sembrano attuali queste righe? Sono state pronunciate per la prima volta il 28 gennaio 1919, novanta anni fa, dal sociologo tedesco Max Weber, all’indirizzo degli studenti dell’Università di Monaco, in una conferenza dal titolo “La politica come professione”. Così come le ho proposte sono il frutto di un collage assolutamente arbitrario ma altrettanto rigoroso tratto dal testo originale: non ho modificato nulla, se non per qualche “cucitura” del testo pubblicato negli Oscar Mondadori.

Un divertissement per dire che l’Italia ha molti problemi, e purtroppo non sono neanche troppo originali. L’auspicio per quest’anno – anno di elezioni: amministrative, europee – è che possa essere un po’ più originale almeno il dibattito sulle cause e, speriamo, sulle soluzioni.

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Questione immorale

Come ogni lunedì è online un nuovo, prezioso numero di LibMagazine. Anticipo qui la rubrica di Sindaco SpA ma vi invito a leggere LM.

Andiamo al cuore della questione: prendere soldi per fare politica. E sgombriamo il campo da idee rancorosamente o invidiosamente qualunquiste: se non esistesse il professionismo in politica, gli unici a potersi dedicare in senso moderno alla polis sarebbero pochi ricchi. Il professionismo politico è un’importante innovazione di età moderna che ha reso possibile la nascita e il consolidamento delle democrazie contemporanee. La necessità di remunerazione non riguarda soltanto le cariche elettive ma anche coloro che sostengono l’attività di candidati ed eletti, i quali vengono occupati in patronati, sindacati, giornali, nella pubblica amministrazione. Non è uno scandalo: nella prima democrazia del mondo, quella americana, funziona così da un paio di secoli. Hanno dovuto riformare lo spoils system con una legge, per mettere un freno al furore sostitutivo di ogni nuova elezione. Secondo quanto scrive il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, nel suo “Falce e carrello”, in Italia l’elenco delle opportunità di occupazione per chi vive di politica si sarebbe esteso alla grande distribuzione organizzata, che avrebbe garantito al vecchio PCI la rotazione per i propri funzionari tra i ruoli di amministratore pubblico e dipendente delle Coop. La politica ha a che fare con il potere, il potere determina le condizioni per guadagnare risorse e le risorse vengono reinvestite nella competizione politica che si svolge prevalentemente sul terreno elettorale.

La cosiddetta questione morale che riempie le pagine dei giornali di questi giorni è diversa dal dibattito sulla “casta” che imperava soltanto pochi mesi fa: non si discute di quanto guadagnano i politici – che infatti non è un problema in sé – ma dell’effetto che l’ambizione dei politici di professione esercita sull’ambiente circostante (economico, naturale, sociale) quando questi fanno favori in cambio di altri favori utili a conseguire successi sempre più prestigiosi nella propria carriera professionale. Quando l’agire dei politici di professione è prevalentemente autoriferito, l’interesse generale cade in secondo piano, si verificano distorsioni del libero mercato e con buona probabilità ne risulterà danneggiato il bene comune.

La soglia oltre la quale il livello di occupazione della società da parte della politica non è più accettabile è determinata dall’efficienza dell’azione politica: quando il costo complessivo della politica resta ben al di sotto dell’efficacia conseguita dall’azione degli amministratori non c’è problema, almeno non in senso assoluto, ma eventualmente relativo e riferito alla concorrenza internazionale. La questione morale della insufficienza di una causa ideale non è determinante. È la democrazia, bellezza!, sembrava dire Max Weber quasi un secolo fa quando affermava che i cittadini americani preferirebbero “avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che una casta di funzionari che sputa su di noi” (La politica come professione, 1919).

Non prendiamoci in giro, dunque, ché predicare moralità è una necessità inestingubile ma di Giordano Bruno se ne vedono pochi in giro. La vera questione immorale è la irresponsabilità, cioè la rinuncia o il tentativo di sottrarsi al dovere di dare risposte adeguate alle domande dei cittadini. Di servizi, di prestazioni, di infrastrutture. Gli italiani forse più di altri sono particolarmente propensi a tollerare (magari perfino a simpatizzare con) vecchi vizi e la scarsa coerenza nell’aderire a un ideale. Ciò che la cittadinanza competente, secondo la descrizione che ne dà Carlo Carboni nel suo La società cinica, diversamente dalla cittadinanza qualunquista, dovrebbe pretendere dal ceto politico è la responsabilità nella sua accezione originaria di “dovere della risposta”. Dovrebbe controllare, valutare e al momento opportuno giudicare. E se è moralmente degna di questo privilegio democratico, dovrebbe giudicare proprio sulla base dell’efficacia e della dignità responsabile del personale politico.

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All'asta gli appunti di Max Weber

La notizia (dal Corriere della Sera di oggi) capita veramente a proposito della nostra ricerca: il manoscritto La politica come professione, di Max Weber, emerge dal nulla e va all’asta, proposto da uno dei maggiori antiquari tedeschi.

La cosa è importante (intendiamoci: per gli appassionati del genere “topi da biblioteca”) perché il celebre testo è frutto della rielaborazione di un discorso tenuto a braccio, seguendo annotazioni fatte su foglietti sparsi, a un’associazione di studenti liberali a Monaco nel 1919. La prima traduzione italiana venne realizzata da Antonio Giolitti e pubblicata da Einaudi nel 1948.

È il primo dei titoli della mia bibliografia ideale sul tema “sindaci spa” e dintorni, elencata qui a sinistra. In questo blog se ne è già parlato qui.

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Il Canavese, quanto a imprenditori-sindaci…

Parlando nel post precedente di imprenditori che fondano movimenti e poi diventano sindaci, e per di più in Canavese, inevitabilmente il pensiero è corso ad Adriano Olivetti. Periodicamente la stampa dedica qualche spazio alla sua memoria, ma Adriano è un personaggio che meriterebbe un ruolo fisso nel panorama della cultura politica italiana. Fu sindaco di Ivrea, sede dell’azienda fondata dal padre Camillo, dal 1956 al 1960, anno della sua morte. Fondatore del movimento politico Comunità, contribuì alla nomina di numerosi amministratorti locali in Canavese e fu eletto deputato nel 1958. Fu industriale, urbanista ed editore (le Edizioni di Comunità pubblicarono Max Weber in italiano per prime; nel 1998 vennero acquisite da Einaudi). Mecenate e politico di razza. Forse se si parla di imprenditori-sindaci dotati di visione e di un profondo senso di servizio bisogna partire anche da lui. Una Fondazione lavora per dare seguito alle sue idee. La Storia siamo noi gli ha dedicato una bella puntata reperibile nelle teche della Rai.

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Ma chi ve lo fa fare?

Ovvero: hai un’azienda che va bene (che se va male non è facendo il sindaco che la risani, e soprattutto le stai appiccicato per trovare il modo di farla riprendere), hai costruito la tua soddisfacente notorietà (nella tua comunità e anche molto oltre), tempo libero non ne hai granché, perché quasi sicuramente l’azienda non l’hai ereditata, piuttosto l’hai tirata su da solo. Ma allora che cosa accade perché a un certo punto decidi di dedicarle meno tempo e invece ne dedichi – e tanto – alla tua città? Scrive Weber che né l’operaio, né – si badi bene – l’imprenditore sono disponibili a vivere per la politica, perché privi di rendita e quindi impossibilitati a fare politica in assenza di una remunerazione specifica. Ora, bisogna considerare che Weber diceva queste cose nel gennaio del 1919 e sebbene il modello logico del suo ragionamento tenga – ai miei occhi almeno – benissimo, vale la pena aggiornarlo nelle sue possibilità di lettura della contemporaneità. Conosco personalmente imprenditori che hanno deciso di dedicare una fetta della propria esistenza (qualche mese o qualche anno) alla propria comunità nella logica del civil servant, senza alcun compenso. Proprio grazie al fatto che l’impresa genera un reddito anche in assenza, o con una presenza ridotta, dell’imprenditore. Certo, perché ciò possa avvenire sono necessarie alcune condizioni: l’impresa deve essere stabile, o in una fase di crescita sostenibile, e affidata a soci o manager che possano limitare le conseguenze negative dell’assenza dell’imprenditore.

Ma allora siamo autorizzati a pensare che nel nostro Paese, affetto da una evidente propensione del ceto politico all’occupazione in pianta stabile di ogni spazio pubblico a proprio diretto beneficio, ci sono anche individui che fanno politica nell’interesse comune?

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